Diaria 2020

Perché la poesia contemporanea a scuola?

Con il mese di febbraio inizieranno presso l’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino i laboratori scolastici di poesia del progetto L’albero capovolto che quest’anno, più che negli anni precedenti, si dimostrano un’occasione importante per gli studenti e le studentesse che vogliano condividere la loro scrittura anche al di fuori delle pareti delle aule scolastiche.

Infatti una selezione degli elaborati prodotti nell’ambito dei laboratori sarà illustrata e introdotta il 17 aprile in una delle giornate del convegno VentiVenti, che l’Università La Sapienza dedica alla poesia contemporanea e andrà a fare parte, in un secondo tempo, del fascicolo della rivista Polisemie dedicato al convegno.

Perché fare un laboratorio di poesia contemporanea alle scuole medie? Si potrebbe rispondere genericamente che grazie alla lettura e alla scrittura di poesia, se liberata dai numerosi pregiudizi che la snaturano, ciascuno può conoscere meglio se stesso e in questo modo è portato a meglio definire la propria visione del mondo. Un testo poetico mostra gli oggetti, le persone, i sentimenti e le sensazioni più immateriali secondo un’angolazione imprevista che permette di considerare la realtà in modo nuovo.

Prima di addentrarci nella descrizione del nostro progetto però è bene ricordare che il termine poesia include modalità e significati che vanno oltre il canone utilizzato per l’insegnamento a scuola ed è dall’esplorazione di questa pluralità che partiremo.

Il pregiudizio relativo al fatto che la scrittura e la lettura di poesie suggellino una sorta di elevazione sociale, non è recente. Si tratta di un pregiudizio che fa parte prima della nostra storia di italiani e poi della nostra letteratura. Comporre versi infatti nell’Italia del Cinquecento era non soltanto una moda, ma anche un modo per definire la propria autorevolezza sociale in una cultura che anche quando popolare, risultava largamente intrisa del modello espressivo petrarchista. Perciò ogni non poeta al fine di apparire potenzialmente dotato di un certo livello intellettuale, riteneva di dover comporre qualche poesia, che veniva utilizzata oltre che negli scambi epistolari, amorosi e amicali anche in frangenti come il dileggio, l’accusa di qualche malefatta, la denuncia di circostanze equivoche ecc. Questa modalità bifronte della poesia, intesa in un certo senso come elettiva e nell’altro come una specie di canone espressivo legato a un’utilità propriamente assertiva in frangenti più quotidiani e bisognosi di una comunicazione diretta, ci aiuterà a attenuare il timore reverenziale verso la poesia iniziandola ad immaginare come uno strumento praticabile a tutti gli effetti.

Perché approcciare in questo modo la poesia attraverso i laboratori scolastici di Contemporanea – Fondo Librario? Il fondo librario quest’anno propone un progetto completamente nuovo che tuttavia esprime e sintetizza i temi che sono stati nostri fin dal principio. Infatti l’idea di raccogliere un fondo librario di poesia nasce nel 2011 allo scopo di lavorare alla costituzione di una piccola ma ultraspecializzata biblioteca capace di un valore testimoniale di stringente attualità. Questa attitudine si è andata via via coniugando con il nostro modo quotidiano di intendere la cultura in senso inclusivo che ci ha portato a sfatare anno dopo anno, quel pregiudizio di cui s’è detto, quello per cui la cultura in genere e la poesia nello specifico fossero qualcosa di distante, irraggiungibile, difficile, in qualche modo elitario. Non è così. Lo abbiamo dimostrato di fatto in questi anni attraverso progetti, iniziative, eventi che hanno saputo coinvolgere in modo transgenerazionale moltissime persone.

Quest’anno dunque la nostra proposta riguarda un laboratorio espressamente rivolto a coniugare la creatività dei più giovani con un concetto di poesia che per quanto spesso inconsapevolmente, li coinvolge quotidianamente attraverso le loro scelte linguistiche e estetiche. Il lavoro condiviso in classe sarà volto a infondere in questo senso una maggiore consapevolezza delle proprie modalità espressive.

In classe la poesia infatti quest’anno la intenderemo ponendola entro tre dimensioni temporali:

  • La presente, come sguardo sulla materialità delle cose e dei sentimenti più comuni, la cui lettura e dicibilità più sensibile rischia drammaticamente di essere sopraffatta dall’eccessiva immersione nei dispositivi tecnologici, dalla fretta e dalla poca cura nelle relazioni interpersonali.
  • Una dimensione rivolta al futuro analizzando il linguaggio attraverso cui la scrittura può essere condivisa in modo costruttivo e consapevole sui social e in rete. Si veda a questo proposito l’articolo che abbiamo pubblicato recentemente sul sito del fondo librario sulle piattaforme social utili a chi ama condividere la propria scrittura e le proprie letture.
  • Infine la dimensione del passato ossia rivolta alla prima memoria che ciascuno custodisce in merito al suono e al significato delle parole di un’infanzia che nel caso dei ragazzi della scuola secondaria di primo grado è ancora un giacimento cui si può attingere per ritrovare un rapporto emotivo vivido con il proprio linguaggio originario.

A chi si rivolge il laboratorio, secondo quale modalità? La fascia di età coinvolta va dagli undici ai tredici anni. Il laboratorio prevede 32 ore, 4 ore suddivise in 2 lezioni da 2 ore ciascuna per ogni sezione del primo, secondo e terzo anno della scuola secondaria di primo grado. Nelle prime lezioni di 2 ore avverrà un dialogo con gli studenti in cui verranno messi a fuoco in modo interattivo, le diversità del leggere e dello scrivere, come forma di comunicazione, al di fuori della scuola. Tra questi verrà annoverata la poesia e descritte le sue diverse funzioni e possibilità espressive nell’ambito soggettivo di ciascuno. Tramite la similitudine inoltre, rilevata nella poesia di autori più e meno noti i cui testi sono custoditi nel fondo librario e poi attraverso il linguaggio quotidiano, si formeranno le premesse per la lezione successiva dedicata alla rielaborazione personale. Infatti nella seconda lezione verranno suggeriti spunti (tenendo conto per ciascuna classe le diverse età coinvolte) per la messa in pratica in modo autonomo e personale delle conoscenze ottenute durante il percorso.

Qual è la spesa a carico delle famiglie? Nessuna. Il fondo librario svolge le attività suddette a carattere di volontariato al fine di diffondere la fruizione della poesia a partire dai più giovani.

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Diaria 2020

La parola professione

Oggi sul sito del fondo librario parlo di poesia. E del significato della parola professione.

Cos’è che consente a una scrittura poetica un’uscita dalla conformità che non ripieghi nella retorica anticonformista? Legarsi a una griglia classica e esattamente definita come quella dell’endecasillabo necessita di accuratezza, nel senso che l’accuratezza sarebbe comunemente da intendersi come l’uso delle accortezze necessarie per il compimento della propria professione. Dove per professione è da intendersi il significato etimologico della parola.

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Diaria 2019

Il 7 novembre Il cucchiaio nell’orecchio ha pubblicato Tu lo sapevi l’abitato ancora un frammento da La favola di Lilith e oggi pubblica l’ultimo frammento da quel lavoro. Si intitola Se nemico dell’arsura ed è una delle due poesie d’amore che mi è capitato di scrivere da quando scrivo poesia.

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Diaria 2019

scambi iniqui

Prosegue con oggi la pubblicazione di alcuni estratti da La favola di Lilith sul sito Il cucchiaio nell’orecchio.


Sto nelle cose, all’inizio della traccia 11 del primo atto, è uno dei frammenti chiave dell’opera, è stato scritto nell’aprile del 2008, a pochi giorni dalla morte improvvisa di mio padre. Questi nell’ambito dell’opera sono i versi scritti anni dopo che precedono Sto nelle cose e introducono narrativamente il tema della morte del padre: “Una deflagrazione erompe nel corpo dell’amore. Le persone diventano storia come se nella normalità non lo si fosse, che troppo contenuti da un’evidenza, come se l’amore recasse un corpo espanso, percettivo e rendesse atti al farsi“. Ancora mi pare incredibile, ascoltando il CD di Lilith oggi, quanto la composizione musicale di Edo Notarloberti abbia potuto realizzare un quadro narrativo autonomo e credibilissimo da quelli che erano frammenti.

Sto nelle cose nella traduzione di Natalia Nebel

I am within things like an extension of yours I continue them and fight you and it does not appear in this hole but a flooding passing through narrow straights clotted to a center so pure that it does not exist as there does not exist a word for which one searches more than a muted need the deeper imprint of a limp, the step that doesn’t sustain and diminishes prolonging nothing else but this unjust exchange of weights and winds that the earth lifts up without supporting

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Diaria 2019

Piera Oppezzo a Milano

Scrivevo qualche tempo fa qui: “L’elemento che mi ha colpito immediatamente è stato come la poesia di Oppezzo potesse valere da indicatore di una disparità per nulla astrusa. Una sorta di realistica disparità, in cui ogni elemento additivo di molta poesia che avevo letto fino ad allora, i versi di Oppezzo finivano per rivelarla un esercizio di puro volontarismo, la rendevano cioè superflua in termini di comunicazione di un contenuto profondamente cosciente e perciò puntualmente connotato e evidentemente autonomo da formule già ampiamente praticate”. Mi dispiace davvero di non essere a Milano in questa occasiona di grande interesse per me.  

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Diaria 2019

Nascita della madre

è inesplicabile che il destino abbia scelto un epicureo per ripetere questa favola pia ed empia, intessuta di poesia, di ignoranza, di acutezza temeraria, e della tristezza non medicabile che cresce sulle rovine delle civiltà perdute. Primo Levi, LILÍT


Inizia con oggi la pubblicazione di alcuni estratti da La favola di Lilith sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Si tratta di un poema suddiviso in due atti per cui il compositore Edo Notarloberti ha scritto le musiche originali. Il Cd con il libretto dei testi tradotto in inglese da Natalia Nebel è stato registrato a Napoli nel 2014 per l’etichetta discografica Ark Records. L’opera è stata rappresentata tra l’altro nello stesso anno presso il Schauspielhaus centraltheater di Lipsia. La storia del mio personale attraversamento della figura di Lilith ha inizio con una prosa di tipo saggistico Nascita della madre che scrissi nei primi mesi del 2004 mentre ero alla mia seconda gravidanza. Allora erano i primordi del blogging e il saggio fu pubblicato su uno dei primi blog di poesia che si chiamava Liberi in versi. A seguito del saggio, scrissi sempre nel 2004, un piccolo nucleo di poesie senza forma, ispirate alla figura di Lilith e al mito platonico di Er che allora mi sentii di mettere in dialogo tra loro sia attraverso la prosa saggistica che attraverso la poesia. Alcuni anni dopo, quelle poesie inedite riscossero l’interesse del compositore violinista Edo Notarloberti con il quale ci impegnammo a costruire quel CD, lui con la scrittura della musica e io con la scrittura di altri testi dedicati a quella composizione. Mi fa piacere la pubblicazione su Il cucchiaio nell’orecchio di alcuni estratti da La favola di Lilith e pubblicare di seguito il testo di quel saggio che ha segnato l’inizio per me di una lunga fase creativa intorno all’identità di genere.



Nascita della madre

Lilith

Una nascita è un evento oscuro cui si fatica a riconoscere carattere di oscurità. È noto come Eva, la prima donna, sia stata creata secondo la Bibbia da una costola di Adamo (1), e sia stata condannata a soffrire l’oscura sofferenza del parto, per avere ceduto alla tentazione di andare oltre la forma di una mela, toccandone la buccia, assaporandone il gusto, preferendo una mela a tutto il creato, grazie alla seduzione demoniaca di un serpente, che le deve aver fatto balenare il piacere violento che dà la curiosità soddisfatta. A questa figura evocata dall’Antico Testamento si affianca, come l’altra faccia di una stessa medaglia, la figura di Lilith, la prima sposa di Adamo, figura rimossa dalla cristianità poiché compare soltanto nella grande tradizione della testimonianza orale precedente alla Bibbia cristiana e un’unica volta nella Sacra Scrittura (2). Eva senza Lilith risulta immancabilmente una figura bidimensionale, svuotata della sua personalità dall’aver accettato che la propria natura fosse condannata e punita. Lilith, la prima moglie di Adamo non viene come Eva creata dalla stessa sostanza del compagno, ma da polvere, forse da escrementi. É una donna dall’aspetto molto diverso di quello che offrirà successivamente l’immagine di Eva. Lilith dimostra immediatamente caratteristiche non “domestiche”, una lunga chioma indocile, il corpo impudicamente cosparso di saliva e di sangue, residui di mestruo, di aborti, di altre promiscuità. Lilith la creatura notturna colei che è, senza il pensiero di nascondere, la distruttrice di ogni ordine prestabilito, la madre dell’invisibile fertilità della morte, il motore vitale dell’unicità non dissimulata, la fame e la profonda solitudine che l’imperativo della fame impone. Lilith è tutto quanto Eva profondamente conserva ma nasconde: Eva nasconde alla società, lo sperdimento della gestazione, tempo in cui una donna si trova collusa irrevocabilmente col mistero dell’occupazione del proprio corpo da parte di un altro individuo. E poi, all’improvviso, si costringe ad accettare il dissolvimento di quel fardello in una mistura di liquidi che recano il piccolo corpo di uno sconosciuto. Eva nasconde la dolenza di rimanere madre quando si assiste sia alla nascita che alla morte del figlio. E quando il figlio cercato con la pervicacia di un’ingiunzione al destino non arriva, nasconde quell’identità di madre infeconda. Eva è la donna diurna, colei che pensa e sceglie, colei che accetta la caduta giocando secondo regole date; la madre pudica è il risultato di ciò che di Lilith, Eva ha rimosso. Lilith che in seguito venne rappresentata come metà donna e metà animale a sottolineare l’attrattiva e la repulsa che la ferinità femminile ha sempre rappresentato per l’uomo, da Adamo viene scacciata, perché nel coito chiede espressamente al compagno di essere sua pari, assumendo la posizione dello stare sopra. La scena dovette svolgersi in un notturno di quiete, la quiete inimmaginabile dell’innocenza del creato, nell’assoluta integrità degli spiriti naturali che non avevano ancora conosciuto il terribile bisogno dell’assassino reciproco per nutrirsi; e nel silenzio di Adamo e Lilith che senza il rovello di alcuna parola, lasciavano i gesti alla loro esattezza primigenia. Deve averla mimata Lilith la sua richiesta, in quella prima notte cosmica del loro incontro, ma non per questo fu lei la prima a perdere l’innocenza perché fu Adamo a perderla, ben prima della disubbidienza di Eva, per non aver compreso quel gesto, per aver vissuto l’assoluto candore della verità che rendeva la sua compagna più forte di lui, come una calamità. Trincerato nel suo privilegio di primo uomo, conobbe la paura e trovò in fondo a questo sentimento in risposta la violenza, il primo rifiuto per l’altro. A seguito del rifiuto di Adamo, Lilith fugge in una zona del Mar Rosso nota per essere il rifugio dei demoni. Tra i fumi di un paesaggio spettrale si perde definitivamente quando non obbedisce all’ordine di Dio che per bocca di tre angeli le ingiunge di tornare al marito. Lilith guardò bene i tre angeli che aveva di fronte. Il candore del loro piumaggio, la loro nobiltà di creature incorporee, la deve aver fatta sentire ancora più umana, se disse loro “Come posso tornare presso il mio uomo e vivere come una moglie, dopo questo mio gesto e questo vivere qui?”(3). Poi l’ingiustizia subita da colui che le avrebbe dovuto essere compagno, agì come una pietra che dilaniò definitivamente la sua umanità. C’è tutta la solitudine della notte femminile in queste parole e i motivi della scelta dell’oscurità per tutto quello che concerne la sua natura animale. Lilith è il contrario di Eva, dove Eva è bella, l’altra è brutta ma inesorabilmente attraente, dove Eva è curata l’atra è sporca ma nasconde il barlume del rinnovamento che Eva nel suo attaccamento all’estetica del femminile non può avere, dove Eva è nella famiglia l’altra è sola e perciò perennemente in cerca; ciò che è inaccettabile per la madre, Lilith è: predatrice della sua stessa prole, assassina di figli altrui, colei che preferisce non tacere la sua individualità in favore di alcuno; Lilith non sa più amare e versando in una simile condizione di aridità non fa che create continuamente condizioni per qualsiasi fioritura. A seguito del rifiuto dell’autorità di Dio, a Lilith succede quanto è accaduto a Lucifero, Dio le accorda di essergli contro, le accorda ed insieme la condanna ad essere la luna nera, il polo notturno della femminilità, eterna madre di parti oscuri che tuttavia mostra di avere uno strano rispetto per gli angeli che sono venuti a cercarla in capo al mondo “Se vedrò i vostri tre nomi o le vostre sembianze sopra un neonato come un talismano, prometto di risparmiarlo” (4). É la struggente promessa che l’angelo nero fa ai suoi fratelli di volo, la donna non-madre, e perciò ritenuta distruttiva, che trascinando se stessa negli inferi permette ad Eva di volgere lo sguardo verso l’alto a patto che Eva la riconosca oscura gemella del suo essere madre. Tra gli incontri che nei secoli vengono attribuiti a Lilith con angeli, spicca l’ammissione della sua natura più che diabolica e assolutamente centrale nel disegno divino “Io sono Lilith-Isis, l’anima nera del mondo./ Trema, l’essere ignoto, funesto, illimitato/ Che l’uomo, rabbrividendo, chiama Fatalità/ Son io. Trema! Ananke, son io. Il velo/ Son io. Sono la nebbia, tu non sei che la stella;/ Non sei che una delle fiamme possibili; ma io, /Io sono l’eterno e selvaggio buio della notte” (5). Lilith dice all’angelo che egli è solo una delle fiamme possibili, un araldo che per quanto nobile, rimane un esecutore, effimero come l’ordine che una volta eseguito esaurisce il ruolo del sottoposto, mentre lei è; Lilith è quindi molto di più di un angelo nero, Lilith è Ananke colei che dipana il fuso del destino dell’uomo, la dea che Er incontrò quando gli fu permesso di morire per dodici giorni per poi tornare in vita con il compito di annunciare a donne e uomini l’immortalità della loro anima.

Il mito di Er

Ad Er accadde di cadere in battaglia ed insieme a lui, quasi contemporaneamente morirono molti altri uomini tra nemici e suoi commilitoni. Ai piedi di quelli per cui la battaglia continuava i corpi calpestati giacevano, ma per ognuno di quei cadaveri che tenevano l’anima ancora serrata nella segreta del corpo come per Er, la vita non era finita. Un urto forse, qualcosa di roboante di cui però non conservò memoria, come dopo un brusco risveglio non ci si ricorda se un rumore interiore lo abbia provocato o un movimento della notte, fece destare Er dall’effettiva profondità in cui si trovava raccolto, si riconobbe per un istante dislocato in una precisa latitudine del suo corpo, prima di essere nuovamente vinto da un’ampiezza che di colpo lo portò a coprire tutto il campo di battaglia; e levandosi insieme ad altri simulacri d’uomo, fu attratto sempre più in alto. Tuttavia lo stupore che sentì non era rivolto a quella migrazione. Non era affatto stupito di fare parte di quello stormo che puntava univocamente al luogo che fu presto raggiunto. Un luogo pieno, in cui anche il cielo prometteva varchi oltre che la terra, e a presiedere quei varchi degli uomini della stessa sembianza di Er e dei suoi compagni di viaggio. Chi fossero quegli uomini e perché fossero chiamati a scegliere quali tra i loro simili dovessero discendere nel cuore infero del mondo e quali essere risucchiati dalla grazia, Er non lo seppe mai, per quanto quel rovello lo accompagnò per tutti gli anni di vita che dopo il ritorno, gli furono restituiti. Vide, perché chi l’aveva chiamato volle che egli vedesse, incomprensibilmente e con dolore, discendere alcuni suoi compagni marchiati alla schiena dall’evidenza di quanto in vita s’erano impegnati a celare e vide salire indegnamente alcuni nemici col distintivo lucente della grazia divina, conferita da quei giudici che per qualche oscuro editto, avevano prestato ad Er soltanto per quel viaggio, la loro chiaroveggenza, tralasciando di concedergli il dono dell’imparzialità, prerogativa riservata agli angeli e a quelle anime per cui il ritorno sarebbe stato lontano. Terminata l’affluenza ai cieli e a gli inferi della schiera che accompagnava Er, i giudici si dileguarono ma egli non rimase solo a lungo. Da una nuvola leggera ed immateriale che posava come un tendaggio diafano a celare un pertugio nel cielo, discesero creature purissime, somiglianti a certe brezze che spirano appena al disopra delle profondità marine più remote all’uomo e quasi di quelle avevano il sentore salino e disinfetto. In quel mentre con un rombo, un macigno livido e pesante rotolò quasi a travolgere Er che rapito dalla danza odorosa delle anime con un passato di mille anni in cielo, s’era seduto a terra per poterle meglio ammirare. Prima che potesse riaversi dallo spavento, dal pozzo che quel macigno serrava fuoriuscirono come tracimando delle anime incandescenti lente e lamentose, infiammate di pena come un ululato. Schizzarono al disopra di queste velocissime e contundenti, altre anime piccolissime come lapilli e nere, quasi morte del tutto: era i viaggiatori di mille anni d’inferno. Un’anima celeste e purissima ed un’altra tetra e rovente per un istante si abbracciarono tra le mani di Er perdendosi l’una nell’altra e facendo una cosa sola di due. Ma Er non comprese il prodigio, perché quell’uno perse velocemente la perfezione o la perfezione sfuggì velocemente ad Er, ed egli pensò di aver sognato. Poi spinto dalla stessa intenzione involontaria per cui l’anima gli si era levata dal corpo, grandeggiando sopra il campo di battaglia, Er s’incolonno a quelle anime multiformi d’odori appena fuoriuscite dalle due regioni, fino a giungere al cospetto d’un araldo riccamente vestito che con una grande aria di importanza dalla cima di un piccolo rialzamento pronunciò il seguente discorso: “Proclama della vergine Lachesi, figlia di Ananke! Anime effimere ecco l’inizio di un altro ciclo di vita mortale, preludio di nuova morte. Non sarà un demone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro demone. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole” (6). Ma queste parole non trovarono forma nella mente di Er che sembrava non possedere più nulla degli oggetti terreni che il suo passato umano aveva accumulato, e vuota si faceva ascolto, lasciando sul fondo come in crogiolo serpeggiare, gelida la paura di non essere più, così dimentico e non poter essere mai più, confuso nell’informe sua mente. Da quel cielo, che Er nella sua vita terrena aveva più volte interrogato senza risposta e che da aruspice aveva scrutato invano dentro le viscere di animali sacri, nelle notti amarissime del non sapere, comparve Lachesi, il passato, leggiadra, annunciata e discolpata dall’araldo, figlia di quel firmamento finalmente assertivo. Fu il gesto della più vergine delle vergini, la bianca signora del tempo passato a denudarlo completamente; caddero panni e ancora armi sottopanni, inimmaginate anche al possessore, caddero anni, come scartocciati dall’abito più sottile della pelle, cadde il suo nome, fino a rivelarlo, afferrandolo al centro della sua anima e conducendolo a una virilità pura, che manteneva soltanto il suo seme, preciso, come la punta d’una freccia scagliata, segue una traiettoria sconosciuta eppure data, intenzionata a trafiggere un bersaglio lontanissimo ma evidente all’arciere. E in quella nudità estatica di primo uomo, fu trasportato ancora più in alto nell’aria, trattenuto da strani velami bruni che infine riconobbe per capelli. Era la chioma di Atropo, il tempo futuro, la chioma lunghissima ma non interminabile, di una delle sorelle di Lachesi, e figlia di Lilith-Ananke. Atropo doveva trattenerlo tra la sua chioma, ed impedirgli di oltrepassare il suo futuro terreno nei panni di Er, preparandolo così all’incontro con la divina Lilith, il destino, la prima donna, che di lì a poco si sarebbe palesata. Trattenuto dai capelli di Atropo, Er vide le anime cui il banditore s’era rivolto esortandole a scegliere un demone che le contraddistinguesse in vita e che le aiutasse a compiere il destino che quel demone portava in dote. Le anime esultavano per quell’insperata libertà di scelta, che alle meno acute parve dipendesse solo dall’essere sorteggiate per prime e perciò scegliere per prime il demone più potente, il destino più evidentemente brillante. E dal cielo piovvero i demoni ognuno col sembiante del destino che rappresentava. Cani, coccodrilli, gatti, maiali, angeli, diavoli, ma anche occhi, bocche, sessi, mani, dita, unghie, denaro, spade, tutto pareva cadere dal quel cielo gravido di simboli, destini contrassegnati dal solo demone di una cosa, di un senso, di un animale. Ma caddero anche simulacri di donne e uomini, enigmatici perché mostravano solo il loro volto. Molte anime ai piedi di quella strana pioggia, subito s’invaghirono di un occhio che pareva guardare proprio loro o di una mano che prometteva carezze ed indicazioni, e giunti al loro turno correvano a ghermirli, come predatori con la vista ingannata dall’idea che li guidava, e che conservavano da chissà quante vite passate, senza ancora essere riusciti a infrangerla per poter finalmente vedere oltre. Tutti sceglievano col discernimento e senza discernimento, proprio del passato terreno, che evidentemente non avevano dimenticato del tutto, condizionando ancora una volta la vita futura a quella passata. Fu allora che comparve la terza figlia di Lilith-Ananke, la più dimessa Cloto, il tempo presente. La sua apparenza, diversamente da quella delle sue due sorelle, non era di dea, ma di donna, che portava sul volto il solco delle ventiquattro ore della giornata. Non denudava gli uomini di ciò che si credevano essere come Lachesi, né segnava a misura di chioma quanto tempo avrebbero avuto per nuovamente cercarsi come Atropo; Cloto si limitava a fissare la scena della distribuzione dei destini con la neutralità di un arbitro; ma fu dietro alle sue spalle e non dietro quelle delle sorelle che d’un tratto si materializzò colei che sopra a tutte si attendeva, il destino riottoso ed imprevedibile che la prima vera donna era stata chiama a disvolgere da un fuso. Lilith comparve davanti ad Er così come doveva essere apparsa ad Adamo, vestita soltanto di una bestialità schiacciante. Intorno non c’era però più traccia dell’innocenza edenica; alla danza paradisiaca di un anima ad esempio, si sostituì presto il lamento, di sentirsi già divorata da un destino coccodrillo, scelto affrettatamente per ignoranza di brutalità o la risata amara di un’altra che vedeva paralizzate, per l’intera sua vita futura, le sue ali di farfalla dalla manata senza corpo di un destino verso cui s’era spinta con la stessa leggerezza che i multiformi fiori paradisiaci le ispiravano. Tutto intorno a loro era adesso retto dal campo gravitazionale della fatica, che rendeva livida e lentissima ogni cosa, persino la gioia appariva un po’ pallida, come quella delle anime per cui l’inferno era stato maestro di pazienza e che per questo s’erano date il tempo di ben guardare alla pioggia magica dei destini possibili che ora si aggiravano tra loro, persino quelle avevano i gesti segnati dalla vaga rassegnazione della fatica. Immersi nella fatica che pareva da sola regolare l’universo nel momento della distribuzione più importante, tra il destino ed Er si ripeté quanto accadde quella prima notte cosmica tra Lilith e Adamo; un incontro ingenerato dalla misteriosa coazione a ripetere che Lilith- Ananke, nella sua assoluta fiducia nell’uomo, impone agli eventi affinché tramite ogni vita, l’uomo possa continuamente affrontarsi e oltrepassarsi. Non sappiamo cosa scelse Er. Se scelse di non avere paura di ascoltare le inflessioni della verità nei gesti del destino. O se anche quella volta Lilith fu fraintesa. Ma sappiamo che Lilith è tuttora impegnata a presentare ad oltranza, al primo uomo il vero volto di sua madre, che gli rimandi come uno specchio ben lustrato un’immagine di se stesso spuria, scomoda, un ponte da attraversare, come forse fece Er amando Lilith per l’incognita che essa rappresenta, sottoforma di donna stravolta dalle doglie del parto, di strega impegnata in sortilegi inimmaginabili, di femmina fatale che dipana col suo incedere i fili notturni dell’eros, di assassina di bambini per cui il parto è negazione della sua solitudine cosmica.

(1) Gen. 2,22

(2) Isaia 34,14

(3) R. Graves, – R. Patai, I miti ebraici, tratto da R. Sicuteri, Lilith la luna nera.

(4) R. Sicuteri, Lilith la luna nera, Ubaldini. (5) V. Hugo, Fuori dalla terra L’angelo Libertà, da AA.VV., In forma di parole. Variazioni su Lilith. (6) Platone, Repubblica.

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Diaria 2019

Tutti i poteri

da Tutti i poteri. Cinque presentimenti di Edoardo Cacciatore.

IX da Presentimento secondo. Il giuoco si scatena

(…)

Suffragio d’onde ha luogo dove fu il dire e il fare
Costeggiano strenue un greppo ieri leggende
V’ebbero un porto ma oggi chi più diffida
D’andarsene tra estranei le braccia tende
Vengo anch’io e arteria e lume aperto è il mare.
Pulsa affluendo pulsa s’increspano gli attimi
Ma esauste le risorse in siero in sedimenti
Chi insegue e caccia gli occhi ha immensi del suicida
Pigliò in sé tutto il chiaro e fa Tu mi frequenti
Non l’avrà il tempo di dire Ho sbagliato abbàttimi
 

Si conclude con oggi la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Il frammento conclusivo è il numero 34 tratto dalla seconda parte del libro. Mentre descrivevo, o meglio cercavo di descrivere l’inconcludente tragicommedia di Annina, c’è stato un poeta importantissimo, incomprensibilmente tralasciato, la cui lettura in quel periodo mi ha influenzato oltre il lecito, come sempre accade, Edoardo Cacciatore (1912-1996). Questo pubblicato oggi, tra gli ultimi brani di Annina, nel suo piccolo, tentava [tra-gi-co-mi-ca-mén-te] il dialogo con quel suo linguaggio altissimo. Grazie ancora a Gaetano Altopiano che mi invita ora a proseguire con l’invio di altri materiali. Magari sì ma non da Annina. Annina finisce qui, grazie davvero.

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Diaria 2019

figure deprivate

Prosegue la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio. Oggi si tratta del frammento numero 3 tratto dalla seconda parte del libro. Annina è un libro strano, a posteriori, non fa che testimoniare una specie di fine che non vuole finire reiterandosi in figure deprivate. L’immagine del naufragio qui è associata all’azione del l’accumulo e alla pratica del sondaggio (carotaggio se il sondaggio avviene su una stratificazione solida di materia inerte). Grazie ancora a Gaetano Altopiano e soprattutto a Giovanni Duminuco, coraggioso editore e scrittore.

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DIARIA/O 2016

non intelligenze

Prosegue la pubblicazione di alcuni frammenti da Annina tragicomica sul sito Il cucchiaio nell’orecchio . Oggi si tratta del frammento numero sette tratto dalla prima parte del libro. Il microracconto narra dell’entrata in scena, proprio in senso teatrale, di una bambina. Grazie infinite agli eroi della redazione di questo sito di poesia quotidiana.

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DIARIA/O 2016

Appartenere a un gruppo

Oggi sul sito di poesia quotidiana il cucchiaio nell’orecchio c’è la prima pagina di Annina tragicomica cui seguirà la pubblicazione di altri quattro estratti dallo stesso libro. Grazie assai alla redazione. E  a Marco. Annina tragicomica è un libro edito da Formebrevi

Cos’è il cucchiaio nell’orecchio? “un’arena di pillole essenziali, la cui brevità non obblighi a fare riposare i testi sulla carta, ma esaurisca in rete tempi e curiosità di lettura”.

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Diaria 2019

Sorelle & Fratelli. Fili d’aquilone 52

 

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Solo tempo dopo quei poveri cinque anni miei in cui non avevo parole per definire le cause di tutto quello sgomento, un Santo, tra quei santi veri e falsi che incontrai prima di nascere in religione Teresa di Maria e Gesù, mi disse che l’eccezione, a tutta quella incomprensibile e spaventosa regolarità che sembra pascere indisturbata dentro le forme visibili, è fatta di un silenzio inumano che non tutti chiamano Dio. E solo un certo rarissimo intento nostro può farsi carico di quell’eccezione, potendo brevemente spezzare il tacere, con scarse parole e scarsissime opere. Perché è quello che viene dopo il molto inumano silenzio, a far nascere, come per caso, il non ancora nato dentro e fuori di noi, poverelli di ogni censo che tutto pare costringere a ingannevoli forme definitive.  leggi tutto


Ringrazio infinitamente Viviane CiampiMarco Furia per  aver pensato a me per questo ricchissimo numero 52 di Fili d’aquilone dal tema così coinvolgente. Diversi mesi fa avevo inviato su richiesta della redazione, quelle che credevo essere delle prose preparatorie per un romanzo in versi che poi in corso d’opera è diventato un’altra cosa, e poi ancora un’altra cosa. Ora pare che quella cosa si sia cristallizzata nella forma di romanzo storico ambientato nella Roma della controriforma. 


Il numero 52 di Fili d’aquilone ha inizio con la silloge poetica inedita “Sororanze” di Viviana Scarinci, alla quale si affianca quella di Viviane Ciampi intitolata “L’albero della sorellanza”, accompagnata da lavori artistici della stessa autrice. Restando nella poesia italiana, Roberta Truscia propone la silloge in tema “Sorelle & Fratelli” e Iluliana Olariu (rumena che scrive anche in italiano) presenta “Fratelli diversi”.

PER LA POESIA STRANIERA
Ricca la sezione della poesia straniera. In “Come sorelle a Itaca” Roberta Truscia ci introduce alla poesia della spagnola Francisca Aguirre, morta nell’aprile del 2019. Sempre dalla Spagna arriva la poesia della giovane Virginia Navalón con il suo Bestiario, presentata e tradotta da Alessandro Mistrorigo. Jolka Milič presenta la poesia della sua connazionale slovena Maja Vidmar.
Passando al Sudamerica, Alessio Brandolini in “Quanto tempo un giorno” propone un lavoro sulla poesia dell’argentina Mori Ponsowy; Giovanni Gemito in “Luce dell’ultima ora” sull’uruguayano Horacio Cavallo. Dal Messico giungono le voci poetiche di Leticia Luna (“Fuoco azzurro”) analizzata e tradotta da Federica Silvino, di Jorge Ortega (“Quanta luce sotto le pietre) e di Maria Baranda (“Teoria delle bambine”) presentate da Alessio Brandolini.

PER LA PROSA
Abbiamo i racconti in tema di Stefano Cardinali “Giochi gemelli. (The Musical Box – Genesis 1971); di Armando Santarelli “Comunque fratelli” e di Matteo Moscarda, intitolato “Tre croci”. Per i più giovani Annarita Verzola propone un brano (“Fratello e sorella”) tratto dal suo romanzo Quando l’usignolo pubblicato nel 2012 e Jolka Milič “Il cappello del signor Costantino” dello sloveno Peter Svetina (con illustrazioni di Peter Škerl).

PER LA CRITICA
Marco Testi in “Essere senza testa” recensisce l’ultimo libro di Maria Grazia Di Mario e in “Senza mai arrivare in cima” la storia pubblicata recentemente da Paolo Cognetti. Marco Benacci in “La pelle dell’anima” ci parla dell’omonimo romanzo uscito in Italia dell’uruguayana Teresa Porzecanski. Federica Silvino analizza il libro di poesia di Adalber Salas Hernández (Ai margini di un mondo sconosciuto) pubblicato recentemente da Edizioni Fili d’Aquilone. Per la critica d’arte, in “Il pittore e lo spirito del tempo”, Marco Testi propone alcune riflessioni sulla mostra romana di Ennio Calabria.

PER LE RUBRICHE
Gabriele Nicosia ha realizzato per la sua rubrica la vignetta … in arrivo. Verónica Becerril per il sua consueto intervento dedicato al “Cinema a parole” ha selezionato il film italiano Euforia di Valeria Golino, storia di due fratelli molto diversi. Infine, per l’Angolo di ED, Giuseppe Ierolli ha messo a punto la breve silloge (con traduzioni e commenti) “Fratello mio, vieni nel mio giardino!”, con testi poetici di Emily Dickinson e due lettere, una al fratello Austin e l’altra alla sorella Lavinia.

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Diaria 2019

Disparità. Piera Oppezzo

Ho avuto la possibilità di conoscere l’opera di Piera Oppezzo nel 2016, in occasione del conferimento del premio Lorenzo Montano. Quell’anno la mia poesia amanda fiore o tartaruga, risultò vincitrice della sezione una poesia inedita e Una lucida disperazione di Piera Oppezzo, a cura di Luciano Martinengo, edito da Interlinea (2016), era risultato il libro vincitore della sezione opera edita.

L’elemento che mi ha colpito immediatamente è stato come la poesia di Oppezzo potesse valere da indicatore di una disparità per nulla astrusa. Una sorta di realistica disparità, in cui ogni elemento additivo di molta poesia che avevo letto fino ad allora, i versi di Oppezzo finivano per rivelarla un esercizio di puro volontarismo, la rendevano cioè superflua in termini di comunicazione di un contenuto profondamente cosciente e perciò puntualmente connotato e evidentemente autonomo da formule già ampiamente praticate.

Raramente lo spessore non mistificato di una coscienza puramente soggettiva fa la differenza in termini sostanziali, entro un genere come quello della poesia per come la si intende nella contemporaneità, culturalmente refrattario ad essere il luogo di una ricerca che somma ‘semplicemente’ la soggettività a un posizionamento temporale e logistico precipuo. In questi termini la poesia di Oppezzo è femminile e rivoluzionaria nel vero senso, perché il principio è quello dell’individuazione di una soggettività scevra che neanche si auto rappresenta ma si rivela per assenza di riconoscibilità, emergendo con una nitidezza senza precedenti. Per inciso, questo è anche uno dei motivi per cui il titolo che lega questa raccolta alla disperazione, appare dopo molte letture, piuttosto forviante e riduttivo.

La coloritura dei versi è spesso quella di uno stato di sé che non prevede approcci o variabili perché ridiscende a un precedente originario, che Oppezzo chiama ‘Vivente’. Vivente diventa un soggetto incluso di volta in volta in un palcoscenico, che lo chiama direttamente o indirettamente in causa come elemento presente ma irraggiungibile, perché a Vivente è precluso l’iter di qualsiasi svolgimento che comporti un posizionamento mediano, un compromesso qualsivoglia che lo distolga dalla sericità della propria mandorla.

Ho scelto di riportare qui una delle poesie, a mio avviso, indicativa dell’intera raccolta, anche se possiede un tono differente dal distacco raggiunto in gran parte di questa opera. Qui Oppezzo incarica inconsuetamente e direttamente i versi di definire la disparità tra un’entità definita dalla prima persona femminile, in ogni caso collusa, ma che si dibatte in un posizionamento impossibile entro il luogo di una collettività, nella quale non esiste la taratura che definisca la sua partecipazione.


Attorno mi circondano (1976)

Tengo la porta chiusa con tutto il corpo
perché almeno oggi nessuno entri.
Ho qui tutti questi conti da regolare
con l’orgoglio il tono di voce
la lucidità il razionale e l’irrazionale.

Non posso farlo se attorno mi circondano
qualche volta magari indifferenti
la loro vita completamente da un’altra parte.

Se capitano
cerco subito di raggiungere il loro posto
senza allontanarmi dal mio
perché il mio è una sedia con lo schienale
che almeno mi tiene le spalle.
Così li raggiungo sempre in bilico
illudendomi per un po’
di non avere problemi di equilibrio.

Continuo a fantasticarci su
anche quando sono ormai distesa dalla loro parte
e mi dico che questo che volevo.
Ma quando sono li distesa
e mi sento chiedere sempre di più
e sorrido e regalo con entusiasmo
scopro che quelli si stanno gustando il superfluo
mentre io mi svuoto dell’essenziale.



«Invece, sto solo tentando la lotta / per dare alla mia vita… / che so, un gusto di pesca / e un suono umano, / come si ode spesso per strada» (Piera Oppezzo in Una lucida disperazione, Interlinea 2016, collana “Lyra”)


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Diaria 2019

21 febbraio. Poesia e Plurilinguismo

Poesia e Plurilinguismo

Percorsi per un ampliamento dell’orizzonte formativo e letterario

Cosa: Prima giornata di formazione in presenza
Quando: Giovedì 21 febbraio 2019 – ore 8,30 – 13,30
Dove: I.T.C. Vincenzo Arangio Ruiz -Viale Africa, 109, Roma
Chi: Lend, lingua e nuova didattica, gruppo Roma. 
Organizzazione: Cristina Polli  

In sintesi: corso di formazione di 25 ore rivolto a docenti della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, studenti universitari delle discipline interessate, dirigenti scolastici, personale della scuola.

Titolo dell’intervento: Il giornale cittadino Zer0Magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia.

Presentazione: L’intervento illustrerà il percorso culturale e etico attraverso il quale il fondo librario di poesia contemporanea di Morlupo, raccolto dall’associazione Libellula, abbia potuto instaurare una sinergia fattiva tra associazionismo, istituzioni e società civile, con il fine di compilare una pubblicazione che sia l’espressione autentica delle pluralità linguistiche e culturali tanto della comunità locale quanto della comunità extra territoriale legata alle attività di scrittura e di ricerca del fondo librario di poesia di Morlupo. L’intento è quello di trasferire ai corsisti tutte le indicazioni relative a un preciso modus operandi, che possa ispirare pratiche consimili, adattandole a esigenze precipue e differenti ambiti di appartenenza. Quanto detto sarà supportato dall’illustrazione delle varie sezioni e modalità di compilazione, attraverso gli esemplari cartacei del giornale Zer0Magazine, precedentemente editi.

Relatrice: Viviana Scarinci è fondatrice dell’associazione Culturale Libellula dove attualmente ricopre, su incarico diretto del presidente dell’associazione Giovanni Roncacci, la funzione di direttrice del Centro Culturale Libellula e del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. In queste vesti è ideatrice e organizzatrice del progetto Zer0Magazine giunto quest’anno alla terza edizione. Il progetto si avvale della partnership del Comune di Morlupo, dell’istituto Comprensivo Falcone e Borsellino e per i primi due anni del CSM della ASL Rm4 per gli utenti del quale l’associazione Libellula ha organizzato corsi di scrittura finalizzati all’inclusione dei materiali prodotti all’interno del giornale cittadino Zer0Magazine 2017 e 2018. Viviana Scarinci è inoltre autrice di saggistica con Neapolitanische Puppen. Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante Un ritratto letterario di Elena Ferrante tradotto da Ingrid Ickler (Launenweber, 2018) presentato dagli Istituti Italiani di Cultura di Berlino e Colonia alla Fiera di Francoforte 2018. È autrice dell’ebook monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014) presentato a Milano nel 2015 nell’ambito della rassegna Writers #2. Per la poesia è autrice con Annina tragicomica (Formebrevi, 2017) presentato nel 2018 al Festival letterario de L’Aquila Week-end d’autore, e de La favola di Lilith (Libro e CD con musiche originali di Edo Notarloberti per l’etichetta discografica ARK Records) opera selezionata per la partecipazione al Wave-Gotik-Treffen di Lipsia e a questo proposito rappresentata in anteprima europea presso Schauspielhaus centraltheater di Lipsia nel 2014. È autrice di Piccole estensioni (Anterem, 2014) con cui si è aggiudicato Premio Lorenzo Montano per la raccolta poetica inedita, sezione promossa dalla Biblioteca civica di Verona. È curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte della poetessa finlandese Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana, Leggendaria, Il Segnale, L’Ulisse. È co-redattrice del progetto editoriale Formebrevi.


Programma della giornata

8,30 – Accoglienza
9,15 – Saluti e introduzione ai lavori.
Interventi :
9, 40– Anna Maria Curci – Lend Roma: “La parola terra materna”: lingua e poesia come dimora e come ricerca.
10, 20– Manuel Cohen. Essere tra le lingue: la geocritica e la poesia dialettale
11,00– Paola Del Zoppo. Poesia come traduzione continua
11,40 – pausa caffè
12,00– Viviana Scarinci– Direttrice del Fondo librario di Poesia Contemporanea di Morlupo. Il giornale cittadino Zer0magazine: un’esperienza di accoglienza di più realtà culturali e linguistiche attraverso la poesia
12,40 – Tavola rotonda con: Germain Droogenbroodt, Rosangela Zoppi: poeti; Luca Benassi, Manuel Cohen, Anna Maria Curci, Paola Del Zoppo: traduttori e critici; Vincenzo Luciani.: editore. Modera: Cristina Polli – Lend Roma.
13,20 – Conclusione dei lavori
13,30 – consegna degli attestati di frequenza della giornata

In collaborazione con:
Associazione Culturale e Rivista di poesia “Periferie”
Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”

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DIARIA/O 2018

La tragicommedia. Una recensione

Ma perché tragicomica? Perché quella dell’alter ego che si libera al posto nostro è forse la più furba, ma anche la più stupida delle tragedie, perché dimostra sì la grandezza della scrittura – soprattutto se tratta di una scrittura reinventata come quella di Viviana Scarinci- ma anche la sua sconfitta, i suoi limiti, e il suo lato ridicolo, patetico, tragicomico appunto.

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IL SEGNALE. Percorsi di ricerca letteraria n. 111 ottobre 2018.  Una recensione a Annina Tragicomica. Formebrevi Edizioni, Caltanissetta 2017


Creare un personaggio, una sorta di alter ego, e poi entrare in continua dialettica con lui, proiettandolo in ambiti assurdi, fino al limite del comunicabile, lottando con il senso, i significati, la stessa leggibilità, alla ricerca, evidentissima, di una nuova impostazione non solo poetica, ma addirittura linguistica e semantica. È lo sforzo compiuto da Viviana Scarinci nella sua raccolta Annina tragicomica, una serie di poesie in prosa, potremo dire “mozzafiato”, in cui il lettore si trova avvinghiato, sballottato, alla ricerca di un nesso che sfugge di continuo.

at_cover_3DTuttavia è la stessa poetessa a dare una chiave di lettura per le sue sinfonie concettuali, si tratta di tre consecutive poesie in prosa, l’ottava, la nona e la decima, in cui l’autrice chiamando in causa un secondo personaggio, definito “poeta”, mostra il rapporto particolare che la sua “Annina” ha con lui, di derisione e deragliamento. Da questo punto di vista Annina non è solo un personaggio, è un mito, è il mito dello scarto perenne, della differenziazione come ricerca di autenticità. E infatti costringe il poeta a fare i conti con i propri conformismi inevitabili, a vivere la sconfitta per non poterla afferrare, a vederla in una perenne autenticità dovuta alla mancanza di una posizione fissa, di una tappa, di una stasi.

Non per niente in un’altra prosa poetica Viviana Scarinci descrive proprio la continua mancanza di sede di Annina. “Annina sta” scrive l’autrice “nel passo che non si consegna alla sede”. È il tentativo, che la poetessa stessa riconosce nella postfazione, di superare l’argine, di sconfinare, straripare, o, come abbiamo affermato in precedenza, deragliare dai binari ordinari del linguaggio e dell’intelletto. In fin dei conti Annina rappresenta anche una proiezione dell’inconscio, un inconscio intellettualizzato, esteticamente ripulito, ma sempre inconsapevole, inarrestabile, indefinibile, parte di quella duplice complessità che la poetessa stessa testimonia nella postfazione quando parla di “complessità che galleggia in superficie” da una parte “e quella del quotidiano sempre più liquido” dall’altro. Da una parte dunque abbiamo la solidità e la razionalità, dall’altra la liquidità dell’inconscio, o della vita nella sua fluidità infinita, la liquidità appunto di Annina. Ma perché tragicomica: Perché quella dell’alter ego che si libera al posto nostro è forse la più furba, ma anche la più stupida delle tragedie, perché dimostra sì la grandezza della scrittura – soprattutto se tratta di una scrittura reinventata come quella di Viviana Scarinci- ma anche la sua sconfitta, i suoi limiti, e il suo lato ridicolo, patetico, tragicomico appunto.

Così mentre il poeta cerca l’equilibrio, nella sua vocazione conscia e razionale, Annina vive nell’instabilità. Annetta, ride ed è la stessa poetessa a sottolineare in un passaggio chiave “ Annetta rideva spesso. La testa in cui crebbe non curata affatto, aveva prodotto il pneumatico idiota che sempre da capo la smagliava, impedendo ora la semina di una stia di silenzio o un ritardo che mancasse finalmente di umiltà”.  E probabilmente a questa spontaneità pre-culturale di Annina-Annetta può essere riferito il linguaggio utilizzato da Viviana Scarinci nei suoi brani, una lingua a tratti anch’essa pre- grammaticale, in cui vengono a volte abolite le preposizioni e i connettivi quasi per offrire un dettato il più possibile diretto, empatico, anche se la difficoltà lessicale rende la maggior parte dei testi oscuri ed inevitabilmente ermetici.

L’autrice giunge talora anche a dubitare dell’esistenza stessa della bambina, come per mascherare le sue urla, le sue eccedenze. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”. Emerge in asserzioni di questo tipo una sorta di assurdo, perché il mentire di Annina, che le permette poi di esistere, sembra imitare il mentire stesso e innocente dei fanciulli. Il che comporta una nuova sorpresa, dato che in fondo la bambina tragicomica, la bambola birichina e più che mai libera, probabilmente non è che la scrittura poetica stessa, la mania a sua volta assurda che i poeti hanno di rendere reale le loro immaginazioni, di considerarle più reali della realtà stessa, una sorta di dimensione libera in cui tutto diventa possibile, tutte le sconfitte possono essere riscattate, tutto può essere trasformato in un gioco. E ciò permette di chiarire ulteriormente il dialogo e le contrapposizioni tra la figura del poeta e la figura della bambina, essendo quest’ultima la sostanza che consente alla poesia di forgiarsi, di prendere concretezza, di materializzarsi e farsi dunque esistente, nonostante sia contaminata da una menzogna di fondo, secondo la quale la scrittura (mondo di segni e di fantasia) sarebbe vera, più vera della realtà. “Tra le conseguenze che la bambina mente c’è il fatto di esistere”.


Grazie a Il segnale. Grazie sopratutto a Giovanni Duminuco che con il progetto editoriale Formebrevi ha consentito che un testo come Annina Tragicomica vedesse luce. Onoratissima di aver pubblicato con lui.

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DIARIA/O 2018

Le foto dell’incontro di oggi 13 gennaio!

Grazie a Anna Maria Curci e all’Assessore Giovanna Mariani per aver realizzato una presentazione di Annina tragicomica bellissima. Grazie la Comune di Campagnano per l’ospitalità e l’organizzazione perfetta. E grazie soprattutto a Formebrevi per aver pubblicato Annina contro ogni logica commerciale, dimostrando che si può fare e funziona!

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DIARIA/O 2017

Oggi Anna Maria Curci su Poetarum Silva scrive di Annina

Annina tragicomica. Ne scrive oggi la curatrice dell’opera Anna Maria Curci su Poetarum Silva ⇒ https://poetarumsilva.com/2017/09/28/viviana-scarinci-annina-tragicomica-2/

“Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, (…) Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera,collocava un luogo di culto). (…)
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco…(…)”

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DIARIA/O 2017

Annina: le prime due presentazioni

Morlupo, Centro Culturale Libellula, 23 settembre


L’Aquila, Palazzo Fibbioni, 21 settembre

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DIARIA/O 2017

L’Aquila: Week End d’Autore continua!

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L’Aquila tutte le informazioni sulla prima rassegna di Week End d’Autore a cura di Sonia Ciufettelli, Associazione “Le Muse Ritrovate” http://www.aqbox.tv/notizie.php?view=10414

La prima giornata della rassegna: http://news-town.it/cultura-e-societa/17476-al-via-week-end-d-autore-,-la-rassegna-dedicata-ai-libri-il-programma-della-prima-giornata.html


… e domani sabato 23 settembre presso il

Centro Libellula 

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DIARIA/O 2017, DIARIO PROVVISORIO

Tutti i nomi di Anna. O quasi

Diario Provvisorio

La cosa peggiore che possa fare una autrice è mettersi a spiegare il suo libro. Eppure nel caso in cui dietro un libro di poesia insistano alcune intenzioni e necessità, forse è bene segnalarle, a prescindere se queste siano state più o meno in grado di manifestarsi nell’ambito del testo.

Inizierei con i tre esergo del libro che hanno avuto una certa importanza rispetto alla stesura di Annina tragicomica. L’esergo che apre le due parti di cui il libro si compone è tratto da Illuminazioni di Arthur Rimbaud ed è una dedica

giovani madri e sorelle maggiori dagli sguardi pieni di pellegrinaggi, sultane, principesse tiranniche nell’abito e nell’andatura: piccole straniere e creature dolcemente infelici

credo che nella mia esperienza di lettrice questo di Rimbaud sia stato il primo libro in assoluto che mi ha indicato una possibilità di scrittura davvero libera da quelli che comunemente vengono definiti generi letterari. Libera anche dagli eccessi teorici intorno alla definizione di poesia in prosa o prosa poetica.

Il libro di Annina si divide in due parti ognuna contenente trentacinque brani. Per la prima parte l’esergo che ho scelto è della poetessa e filologa Florinda Fusco

Tre donne una è sul water l’altra è torturata la terza si trucca

Infine l’ultimo esergo che apre la seconda parte del libro è del poeta Giuliano Mesa

lo spreco di minuzie è per approssimarsi senza fremiti senza vuoti al dove dimora invariabile il senso degli atti

Gli esergo e il rilevante numero di citazioni mi sono serviti in parte per comporre questo libro come una sorta di cut-up volutamente falsificato. Su wikipedia si trova questa definizione di cut-up

è una tecnica letteraria stilistica che consiste nel tagliare fisicamente un testo scritto, lasciando intatte solo parole o frasi, mischiandone in seguito i vari frammenti e ricomponendo così un nuovo testo che, senza filo logico e senza seguire la corretta sintassi, mantiene pur sempre un senso logico anche se a volte incomprensibile.

Questo procedimento mi ha consentito di isolare e poi riconnettere diverse logiche e stili nell’ambito di un discorso mio, inserito in modo estemporaneo all’interno di questa ricostruzione collettiva. Un condominio di scritture (non importa se di autori o autrici) che già a monte ho sentito fortemente orientato verso il femminile.

La stesura di Annina tragicomica per me è significato un momento riepilogativo importante di molte esperienze di scrittura e di lettura. Senz’altro ha preteso la sua parte anche lo stile della mia scrittura saggistica e le nozioni pervenute dagli studi sull’identità di genere che ho assorbito in altri contesti rispetto a quello della poesia.

Soprattutto, però, come è evidenziato dal titolo, c’è un nome che, nell’ambito di questa polifonia che risulta da Annina tragicomica, si è fatto carico del ruolo di personificare il femminile, la donna, l’altra donna. Le pluralità e la singolarità che voleva esprimere la scelta di questo nome, è spiegata come meglio non si potrebbe dalla prefazione di Anna Maria Curci oltre che dal fatto che Anna è anche il nome della nonna paterna che non ho mai conosciuto.

Ci sono molti incontri e scontri cui questo femminile plurale di nome Anna si sottopone, è sottoposta, e sottopone l’altra e l’altro per inesauribile ansia di un’autodefinizione che sia sufficientemente autonoma. Ciò creando circostanze di segno completamente diverso tra loro e riproducendo la quasi illegibilità espressa da differenti linguaggi che tuttavia coabitano sempre, come nella vita del resto, suggerendo tutt’altro.

Nell’ambito di questi confronti ce n’è uno che ho cercato di riprodurre anche un po’ per liberarmene dato che è stato fortemente condizionante per me: quello con la poesia del canone, cioè che si trova nei manuali di letteratura, quasi esclusivamente maschile almeno per quanto riguarda l’Italia.

Infine, ma forse come prima cosa, ad animare la scrittura di Annina c’è stato lo sconcerto di fronte alla violenza di un atteggiamento giudicante sottaciuto e manifesto in merito alla scelta che un soggetto femminile attua nell’assentarsi dalle categorie e dai ruoli di più o meno recente fabbricazione altrui.

 

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DIARIA/O 2017

Una nota di Giacomo Cerrai su Annina

Rimango sempre colpita dalla capacità di analisi di Giacomo Cerrai. La poesia si regge su equilibri fragilissimi in cui le intenzioni, sia di chi la scrive che di chi ne scrive, non contano niente. Bisogna cogliere il punto in cui le parole sono organizzate intorno al loro stare in bilico, per poterne scrivere a propria volta in modo utile. Non è facile, non è dovuto, ed è un gran servizio che si fa alla scrittura dell’altro. Per questo mi sento grata e onorata dell’attenzione di Giacomo Cerrai. E penso che abbia ragione, certi limiti (forse) non si  possono sfidare “come la conduttività del silicio, la cui riduzione pone una barriera oltre la quale è difficile andare”.


g “Penso che questa lettura polifunzionale sia dovuta a un certo grado di neutralità della lingua adottata, parlo di neutralità emotiva che non “pilota” necessariamente verso direzioni specifiche, parlo anche della selezione semantica, della voluta ambiguità di un tono talvolta verbalizzante, delle tecniche di disallineamento sintattico o di diacronia, come ad esempio la sospensione delle clausole (chiusure) in certe catene sintattiche, che tende a rivoluzionare l’aspettativa ordinaria di chi legge, e così via. Un effetto anche molto affascinante, come l’osservazione di un frammentato ma continuo pensiero dominante.” http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/902-Viviana-Scarinci-Annina-tragicomica.html

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DIARIA/O 2017

Annina tragicomica …disponibile da oggi!

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Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922
Pagine: € 11 Euro
Formebrevi Edizioni: formebrevi.it

ORDINI: formebrevi@gmail.com . c.libellula.m@gmail.com
UFFICIO STAMPA 06.98267808/ 333.2045759

Annina dal 9 maggio 2017 vi raggiungerà ovunque!

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno contrasto spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. Anna, in questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione.
Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: “Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, «molto vicino al bordo», fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra «queste alture brulle» e intanto pensa «dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione». Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: «Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.» e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante”. Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

L’autrice

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Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. E’ co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.


Critica e recensioni

«A questa scrittura, senza dubbio, non è estraneo il carattere enigmatico, ma simile aspetto, lungi dal costituire una sorta di misteriosa dimensione esterna, quasi aggiunta, è il cardine attorno al quale ruota un vivido divenire linguistico che, non rifiutando del tutto il nesso logico, considera tale nesso una semplice possibilità del dire.»
Marco Furia su Amanda fiore o tartaruga

«Ma la consapevolezza di pensare una parola vivente, una voce esistenziale, si trova
proprio lì dove sembra concludersi la prospettiva dispersa di un sapere. Invece, così
ingarbugliato in ciò che si è (salda alla luce che orizzonta) o si vorrebbe essere (un segno che fermi la terra), un’oscillazione continua mantiene paradossalmente l’equilibrio e a ogni sbando rimanda a un’instabilità costante fra resistere e restare, in una situazione che è luogo di necessità e volontà»
Giorgio Bonacini su Piccole estensioni

«Come insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”.
Loredana Magazzeni su La favola di Lilith

La copertina

La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora,  oltre alla pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

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DIARIA/O 2017

L’orrenda carezza

Io volevo che l’ossimoro “carezza-orrore” fosse strutturale, fosse scritto nel DNA del pezzo. Francesco Bellomi da Carte nel vento n.34

Francesco Bellomi sulla composizione per Amanda fiore o tartaruga di Viviana Scarinci


 

Nelle 24 righe del testo Amanda fiore o tartaruga  che ho avuto a disposizione ho sottolineato subito la frase finale: «quella carezza che ti fa orrore». Questo ossimoro è stata per me la chiave di tutti gli ossimori e le contrapposizioni precedenti. Quello che ha innescato il mio procedimento di invenzione.

Ora, in questo testo come in tutti gli altri, c’è ben di più di un ossimoro o simili, ma io avevo bisogno di una chiave di lettura abbastanza astratta da poter essere trasposta in musica e abbastanza semplice da essere comprensibile a chi ascolta la musica. In pratica ho immaginato che questa contrapposizione potesse essere il filo rosso che tiene insieme le centinaia di altre cose che l’analisi di questo testo può rivelare e ho provato a scrivere una musica infarcita di “carezze” e di “orrore”. A cominciare dai materiali di base. Si può mimare musicalmente una carezza in molti modi (e ho provato a usarne qualcuno di quelli usabili sulla tastiera di un pianoforte) ma io non volevo fare il Pierino e il lupo del premio Montano (con i suoi temini-personaggi da asilo infantile: “senti? il tema cullante della carezza? adesso arriva il cluster dell’orrore…”). Io volevo che l’ossimoro “carezza-orrore” fosse strutturale, fosse scritto nel DNA del pezzo.

Così sono partito da un materiale, una scelta di altezze, che potesse già di per se suggerire l’ambiguità di questa orrenda carezza. Il materiale migliore che ho trovato è un accordo ben conosciuto dai musicisti: la triade aumentata o eccedente. Un accordo accuratamente classificato ed etichettato in tutti i manuali di armonia, ma che musicisti come Debussy, Berg (Sonata op.1) e Scriabine hanno usato in modo intensivo e magistrale.

1

Questo accordo si porta dentro tutta una serie di ambiguità:

– è dissonate (poco) ma è costruito con due intervalli consonanti (due terze maggiori);

– può appartenere a varie tonalità e quindi risolvere in molto modi, basta cambiare il modo con cui si scrivono i suoi suoni (enarmonia);

– mettendo in fila almeno tre triadi aumentate si ottiene una scala “esatonale” o “di Debussy” che ha la singolare caratteristica, essendo composta solo di intervalli di tono, di non avere delle tensioni orientate verso qualche nota di risoluzione della tensione; come succede in tutte le scale tonali che si adoperano nel 97% della musica che ascoltiamo. Nelle scale esatonale la tensione è bassa e diffusa, come una nebbia impalpabile e priva di punti di appoggio; non a caso Debussy adorava questa scala.

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La triae aumentata è un accordo dolce e morbido come una carezza ma appena lo adoperi per più di due secondi diventa (se non sei un genio come Debussy) veramente nauseante e insopportabile.

Così ho messo sulla mia tavolozza un insieme di altezze (un “impasto”, una scala, un arpeggio, insomma chiamatelo come che vi pare) che contiene questo accordo. Per gli amici possiamo chiamarlo insieme x:

3

L’insieme y è dato invece da tutte le altre altezze (fra le 12 che usiamo in occidente) che non appartengono all’insieme x.

3a

La somma; x + y = z

4

dove z è l’insieme di tutte le altezze possibili nel nostro sistema musicale e sulla tastiera di un pianoforte (se è accordato correttamente, cosa che non succede quasi mai, ma questo è un’altra storia).

Il brano oscilla continuamente fra questi due insiemi che costituiscono i due poli di attrazione di tutto il materiale melodico e armonico. In pratica: dopo un po’ di tempo che si lavora con l’insieme x l’ascoltatore comincia a sentire il bisogno di qualcosa, non sa bene cosa, una specie di cambiamento, ma non sa bene quale cambiamento. Cambiamenti di ritmo, di intensità, di testura sono solo palliativi, e servono solo a tirarla in lunga ancora un po’ (prolungamento nell’analisi Schenkeriana) ma alla fine, il desiderio di un cambiamento di “tavolozza armonica” è così forte che non c’è acrobazia che tenga: bisogna cambiare le altezze adoperate altrimenti l’ascoltatore “esplode” o, meno clamorosamente, distoglie l’attenzione.

Nel mondo modale e tonale questa tecnica era chiamata modulazione ed è basata su uno dei meccanismi percettivi più forti (e forse innati) del nostro efficientissimo orecchio tonale.

Nel brano ho poi utilizzato gesti strumentali tipici della morbidezza: sonorità tenui, una certa lentezza, indugio su formule ritmico melodiche ripetitive, arpeggi, pedali, ecc.

Il pezzo finisce con tre accordi: l’insieme x, l’insieme y, e l’insieme z. Una sorta di cadenza riepilogativa di tutta la storia e, casualmente, l’ultimo accordo, l’insieme z, composto di tutte e 12 le altezze di un’ottava del pianoforte può essere suonato solo come un doppio cluster (tasti bianchi + tasti neri) mettendo le mani distese trasversalmente come per accarezzare la tastiera: è l’ultima orribile carezza del pezzo.

Il video dell’esecuzione


Si, effettivamente, spiegare la musica usando le parole è piuttosto complicato e spesso totalmente inutile e fuorviante, specie quando a farlo sono proprio i musicisti.

I critici se la cavano molto meglio, anche se barano tutti alla grande fingendo di capirci qualcosa.

Gli scienziati sono quelli che si avvicinano di più alla sostanza dei fatti musicali, forse perché il lavoro scientifico utilizza alla fin fine gli stessi identici mezzi e procedimenti del lavoro artistico: è un lavoro creativo esattamente come l’arte, la danza, la musica, la poesia, ecc.

Detto questo ci sono validi ripieghi: parlare del contesto storico, delle strutture musicali, delle forme, dei trucchi del mestiere, e così via. Ma alla fin fine, in qualunque modo la si metta, si finisce per raccontare una storia. In fondo anche le leggi fisiche o i teoremi matematici raccontano delle storie: le raccontano con formule numeri ed equazioni, ma sono storie.  Francesco Bellomi 

Febbraio 2017, anno XIV, numero 34 Carte nel vento

Il bando della trentunesima edizione del Premio Lorenzo Montano  

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DIARIA/O 2017, Poesia di Viviana Scarinci

L’estensione del piccolissimo

 

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  Piccole estensioni

da oggi può essere richiesto per l’invio al

Centro Libellula – Fondo Librario
info c.libellula.m@gmail.com


Ma tutto questo estendersi minuto è però innumerabile; non viene né arriva soltanto da una dimensione di misura emotiva, ma da un vero e proprio sguardo sull’esistenza a cui la nominazione sembra appartenere: un luogo precedente la parola. Come un mondo-senza-mondo che si riempie di sé, a partire da un suono preverbale che genera il suo dire con piccole fluttuazioni, germinando nell’inquietudine.

Giorgio Bonacini

D’altronde “le cosmogonie riprendevano / un’evoluzione marginale”, ossia le origini dell’universo, fermo restando il loro valore in campo scientifico, rientrano nell’esserci e l’occhio umano può considerarle “il contesto minuzioso / di una qualunque realtà”.

Marco Fura

E’ evidente quindi che tutto questo bacino poetico è ipoteticamente inesauribile e tutt’altro che “piccolo” (meno che mai minimale), che il “piccolo” debba essere alla fine tralasciato, che esso sia un’unica e dominante metafora, qualcosa che precede anche l’ideazione stessa della scrittura, il seme di una evoluzione creativa, come un frammento di DNA

Giacomo Cerrai


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dal vivo

Piccole Estensioni a Piacenza

Piccole estensioni, poesia

poesia

PIACENZA, DOMENICA 16 OTTOBRE, Piazza Duomo. La raccolta poetica “Piccole Estensioni” (Anterem, 2014) di Viviana Scarinci, parteciperà alla straordinaria manifestazione organizzata dal Piccolo Museo della Poesia di Piacenza a cura di Massimo Silvotti: 25 ore di letture di poesie ininterrotte, a partire da sabato 15 ottobre, dalle 21, fino a domenica 16 ottobre, alle 22 (notte inclusa) in omaggio alla poesia italiana, dai primi del 900 ai giorni d’oggi. “Piccole estensioni” è stato selezionato tra quei testi custoditi nel museo, per essere letti dalla stessa autrice nell’ambito di una manifestazione che raccoglie le voci più significative di oltre 50 poeti del Novecento italiano. Ci vediamo perciò a Piacenza, domenica 16 ottobre, verso l’ora del vespro. ( http://www.comune.piacenza.it/benvenuti/citta/cosavedere/musei/piccolo-museo-della-poesia-incolmabili-fenditure)


“Il Piccolo Museo della Poesia ‘Incolmabili Fenditure’ nasce a Piacenza per iniziativa dell’omonima associazione culturale. I soci fondatori dell’associazione hanno perseguito tenacemente il sogno di veder nascere il primo museo della Poesia in Europa, infatti, se non si considerano le numerose Case della Poesia esistenti, la realtà piacentina rappresenta una prima esperienza pilota, a livello continentale. La Galleria d’Arte – Spazialismo poetico, ospitata all’interno del museo, non è da considerare come un’entità a parte con cui condivide solo gli spazi espositivi: al fianco di una dimensione museale consueta, si accompagna un ruolo di presenza operante nell’arte e nella poesia coeva; così la funzione della Galleria assurge ad un ruolo del tutto centrale circa l’attività museale: porsi al centro della sperimentazione e dell’innovazione nell’arte; interloquire con le intelligenze più avanzate della nostra contemporaneità, mettendo in comunicazione memoria e rivolgimento”.

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2009-10

Sorgenti che sanno

acquatici… ma proprio tanto contenta di essere parte, con la mia Melusina, di questo bellissimo e curatissimo progetto editoriale!


Curato da Francesca Matteoni e Cristina Babino, sta per uscire Sorgenti che sanno raccolta di saggi a tema acquatico e fiabesco, edito dalla Biblioteca dei Libri Perduti.

Sarà presentato in anteprima all’Isola d’Elba all’Elbabookfestival il 29 luglio alle ore 18,30.

Illustrazione in copertina di Alfonso Cucinelli, progetto grafico di Fabio Salvitto, coordinamento redazionale di Anna Castellari.

Gli autori presenti nel volume: Francesca Matteoni, Cristina Babino, Giovanni Agnoloni, Mariasole Ariot, Vincenzo Bagnoli, Francesca Bertazzoni, Chiara Catapano, Azzurra D’agostino, Giovanni De Feo, Patrizia Dughero, Caterina Morgantini, Viviana Scarinci, Francesca Scotti e Eleonora Tamburrini.

In libreria a settembre!

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appuntamenti, poesia

“Amanda” vince il Premio Montano 2016

Amanda fiore o tartaruga vince l’edizione del trentennale del Premio Lorenzo Montano indetto da ANTEREM Rivista di ricerca letteraria in collaborazione con la Biblioteca Civica di Verona. La sezione Una poesia inedita di cui il mio testo risulta vincitore è patrocinata dalla prima circoscrizione del Comune di Verona. Il riconoscimento va a una poesia inedita che costituisce per l’autore un momento privilegiato della sua ricerca poetica. È la seconda volta che ho l’onore di vincere il Premio Montano. Nel 2014 infatti la mia raccolta poetica Piccole estensioni si era aggiudicato il Premio Raccolta Inedita con la conseguente pubblicazione dell’opera a cura delle Edizioni Anterem. Per me come poeta donna si tratta di un riconoscimento di straordinaria importanza. Parte della mia formazione la devo alla lettura della poesia pubblicata e tradotta da Anterem casa editrice e della rivista che è una delle pubblicazioni italiane più significative nel campo della ricerca letteraria e filosofica europea. Perciò posso solo aggiungere che sono felice come mai prima d’ora e aspettare novembre per partecipare a Verona al Forum di Anterem e alla premiazione! http://www.anteremedizioni.it/premio_montano_xxx_poesia_inedita

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CAMERA DI CONDIZIONAMENTO: sulla poesia degli altri ...

“Il primo amore” pubblica una nota su Olocausto di Charles Reznikoff

Continuo l’excursus su poesia e traduzione (vedi qui) con un saggio su Olocausto del poeta americano Charles Reznikoff. Grazie a Il primo amore di aver condiviso questo ulteriore passo.

“L’esergo di Holocaust è una dichiarazione di Reznikoff in merito alle fonti utilizzate: “Tutto ciò che segue è basato su una pubblicazione del governo degli Stati Uniti, Trials of the Criminals Before the Nuremberg Military Tribunal, e sugli atti del processo Eichmann a Gerusalemme.” Ed è sempre il poeta, attraverso una nota iniziale, a darci un’idea seppur vaga che il testo potrebbe avere una progressione cronologica “Il Partito Nazional Socialista Tedesco dei Lavoratori, noto come partito dei nazisti, prese il potere in Germania nel gennaio 1933. Inizialmente, la loro politica si limitò a costringere gli ebrei a emigrare.” Le scene proposte nel libro si dividono in dodici capitoli con titoli come: Deportazione, Camere a gas e camion a gas, Bambini, Fosse comuni e guidano il lettore nella conoscenza di fatti realmente accaduti a partire dalle violenze perpetrate sugli ebrei indifesi dell’inizio, fino a un doppio finale: la rivolta del ghetto di Varsavia e il salvataggio degli ebrei verso il nord Europa.”


Alcune donne ebree furono messe in fila dalle truppe tedesche a cui
era stato assegnato quel territorio,
fu detto loro di spogliarsi,
e rimasero in sottoveste.
Un ufficiale, guardando la fila delle donne,
si fermò davanti a una giovane donna –
alta, i lunghi capelli intrecciati, e occhi meravigliosi.
La guardò per un po’, poi sorrise e disse:
«Fa’ un passo avanti». (trad. Andrea Raos)

 

r2Charles Reznikoff  (1894-1976) poeta statunitense, partecipe in prima persona (con Louis Zukofsky, George Oppen, Carl Rakosi) dell’idea e progetto “oggettivista”. Autore di numerosi testi di poesia, tra cui Jerusalem the Golden (1934), In Memoriam (1936), By the Waters of Manhattan: Selected Verse (1962), Testimony: The United States (1885-1890) (1965), Holocaust (1975).

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Lilith

Il testo della recensione a La favola di Lilith su Il segnale 2015/ 101

??????????????????????s101Con il sottotitolo di “due atti di Viviana Scarinci e Edo Notarloberti” viene distribuita la favola di Lilith, poema sonoro recitato su base di archi e pianoforte e inciso su un cd. Ci si trova dunque di fronte ad una poesia che recupera la dimensione non solo della vocalità, e dell’oralità, ma anche quella della performance, o meglio della irripetibilità performativa, che non consente la tradizionale lettura e rilettura a cui la poesia lineare da sempre ci ha abituati. Continua a leggere

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Lilith

Poesia 2.0: Loredana Magazzeni su La Favola di Lilith

IMG_6185 (800x534)“Cp2ome insegna Ida Travi, in Poetica del basso continuo, poeta che accosto a questo esito poetico di Viviana Scarinci, scrivere poesia oggi è cercare un varco continuo, non una verità ma una delle verità possibili fra noi e “lo spiazzo millenario nel quale irrompono le civiltà che forse dormono”. Leggi tutto

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Piccole estensioni

Su Gradiva una recensione di Marco Furia a Piccole estensioni

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Il testo integrale di Marco Furia

Con Piccole estensioni, opera vincitrice del Premio “Lorenzo Montano” 2014, Viviana Scarinci presenta una raccolta in cui prosa e poesia si alternano. Prosa e Poesia? Mai come in questo caso la differenza tra generi letterari appare non idonea a definire una scrittura capace di snodarsi, sicura, per via di vivide pronunce testimoni di un esistere consistente nel suo stesso idioma. Continua a leggere

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articoli, link

Su NI Principi principesse e ragazze virili (II parte de La regina della neve)

Su Nazione Indiana la seconda e ultima parte di una lunga meditazione su La regina della neve di H. C. Andersen http://www.nazioneindiana.com/2014/12/08/la-regina-della-neve-seconda-parte/

Uno degli aspetti più avvincenti di questa bambina animale, figlia di brigante, è una forma di rapacità totalmente innata che trapela dal suo essere, che se da una parte la rende un personaggio non spendibile in termini di civiltà e decenza, dall’altra la partecipa di un istinto acuminato rivolto egualmente a cose, animali e persone che, insieme a una sincera sfrenatezza, la fa apparire un personaggio davvero portentoso, quanto regine seppur della neve e principesse, non si sognerebbero neppure.

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musica

Francesco Bellomi su Piccole estensioni

Francesco Bellomi, Conservatorio di Milano, FORUM ANTEREM 2014 (a cura di Flavio Ermini e Ranieri Teti) Verona 15 novembre 2014 Biblioteca Civica. Conferimento del XXXVIII Premio di Poesia Lorenzo Montano. Info http://www.anteremedizioni.it/

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poesie 2014

su IL SEGNALE 99

10438640_968629936497389_5781227782251875235_n Sul numero 99 de IL SEGNALE percorsi di ricerca letteraria (http://www.rivistailsegnale.it/wp/?page_id=12)
nella sezione TESTI vengono pubblicate 5 poesie dalla silloge inedita Il significato secondo del bianco. Le poesie che IL SEGNALE pubblica sono successive alle Piccole estensioni. Sullo stesso numero La favola di Lilith viene segnalata tra le migliori opere ricevute in redazione.

 

 

 

§

Il corpo piano dell’avvenire
nutriva la sua mancanza
come un’immagine potenziale
che non ci comprendeva
se non fraintesi nella mischia di poche forme
a dire il contrario, a dirci che eravamo noi
lo stanziamento la quota il consumo

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recensioni

Una recensione di Paolo Fichera a La favola di Lilith

(…)

L’intensità non rinuncia a nulla, resta immobile a fissare quanto le asperità del bianco intorno e il suo corollario di forme rinuncino a Lei. L’anima non ha volto, perché il volto è una maschera, l’ambizione suprema è quella di non esserci, come la constatazione di un’attesa a cui non si può rinunciare. Il luogo che si abita è quello del taglio, dove il mestruo è ostinato come la grazia che nutre certi animali. La minuzia delle ossa ne forma e ne sostiene la loro assenza. E il Dio che ha donato i figli, quegli occhi che raspano e avvinghiano alla vita, nonostante noi, quel Dio ha vietato un pane che è al di là di ogni forma pensata e voluta, in un nucleo compatto che pare non poter essere colmato, come una enorme distesa di sassi bianchi lasciati lì perché le mani possano erigere altari sommessi, o altre mani desiderino scagliarli sulla superficie dell’acqua. (…) LEGGI TUTTO http://theregionofunlikeness.wordpress.com/2014/08/29/viviana-scarinci_la-favola-di-lilith/

 

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Lilith, recensioni

Lilith, segreta innamorata di Dio | SIL – Società Italiana delle Letterate

Una recensione che propone  interessanti collegamenti e spunti di riflessione tra mito, letteratura, poesia e musica. Di Paola Del Zoppo su “La favola di Lilith”
http://www.societadelleletterate.it/2014/07/lilith-segreta-innamorata-di-dio/

sil

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dal vivo

“Piccole estensioni” vince il Premio L. Montano 2014 per la sezione Raccolta inedita

Immagine 1La raccolta Piccole estensioni  è vincitrice della XXVIII edizione del Premio di Poesia Lorenzo Montano promosso da Anterem Edizioni. Il libro contenente testi scritti tra agosto 2013 e marzo 2014,  sarà pubblicato  a cura di Anterem con  prefazione di Giorgio Bonacini. Francesco Bellomi, docente del Conservatorio di Milano, dedicherà all’opera una composizione musicale che sarà eseguita nell’ambito della premiazione che avrà luogo nel mese di novembre 2014. Il Conservatorio Statale di Trento “F.A. Bomporti” sezione di Riva del Garda, organizzerà in Italia e in Europa una serie di convegni e concerti che prevedono l’esecuzone delle musiche originali dedicate a tutti vincitori del premio.

Le opere dei vincitori per tutte le sezioni in cui il Premio si articola (“Raccolta inedita”, “Opera edita”, “Una poesia inedita”, “Una prosa inedita”, “Opere scelte”) verranno immesse in canali distributivi e di conoscenza che fanno capo a critici, poeti, abbonati, estimatori, biblioteche civiche e universitarie. I poeti vincitori, finalisti e segnalati leggeranno i propri testi nel corso di un grande forum multimediale che coinvolgerà musicisti, editori di poesia, critici letterari e filosofi, esponenti di siti web e riviste specializzate.

Anterem è una tra le riviste di poesia più autorevoli in Europa. Promuove la conoscenza di forme stilistiche e di pensiero che trovano nella necessità e nella bellezza le loro ragioni. Pubblica poesie e saggi degli autori più significativi della contemporaneità ed è oggetto di studio nelle principali università e nei licei. Ha periodicità semestrale e una tiratura di quattromila copie. È diffusa a livello internazionale. Notizie tratte dal sito  http://www.anteremedizioni.it/

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Lilith

Una pagina su “La favola di Lilith” a cura di Luigia Sorrentino sul blog di RAINEWS Poesia

Immagine 1Luigia Sorrentino pubblica un’ampia pagina dedicata a “La Favola di Lilith” sul blog di poesia di RAINEWS. Con una mia nota sulle modalità compositive dell’opere e un estratto dal testo http://poesia.blog.rainews.it/2014/07/13/viviana-scarinci-la-favola-di-lilith/

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Lilith, recensioni

Una recensione di Guido Bellachioma a La Favola di Lilith

Un disco complicato e semplice al tempo stesso. Persino spoglio nell’utilizzo dei pochi strumenti ad arco (suonati da Edo, violinista anche di Ashram, Argine, Corde Oblique e di notevoli progetti solisti) e dell’espressiva voce di Viviana (poetessa alla prima performance artistica di questo tipo). Apparentemente una situazione già vissuta, non solo in ambito neoclassico, neofolk e dark, dove i momenti rarefatti e lirici vedono musiche avvolgenti fungere da tappeto per voci recitanti, più o meno sognanti. In questo caso, 32 tracce legate senza soluzione di continuità, il percorso è piuttosto diverso perché si tratta di una reale connessione tra i due universi; dove il fatto che non ci sia la classica forma canzone, sia pure “diversa”, finisce per dar risalto al ritmo che connette profondamente musica e parole, in grado di esplorare Lilith non come donna del mito (quella prima di Eva) ma come aggancio alla contemporaneità. Il disco richiede inizialmente grande concentrazione; una volta perforato il mare di emozioni, però, non si può che andare fino in fondo e, spesso, ricominciare da capo. Inutile fare confronti con momenti acusticamente simili di gruppi come i Current 93, anche se punti di contatto ci sono… Lilith è una moderna opera “antica”, dove al posto delle voci del melodramma c’è lo scavare nell’anima, modulando le parole negli spazi lasciati liberi dalle note e spesso avvinghiandovicisi mortalmente. L’operà sarà rappresentata in anteprima europea al The Wave-Gotik-Treffen 2014 di Leipzig Germania), il più importante festival per questi territori di confine, dove Edo non suonerà ma dirigerà un quartetto d’archi (due violini, viola, e violoncello). Per capire l’anima del suono dell’affascinante favola di Lilith abbiamo preso in prestito le parole di Antonio Esposito, tecnico del suono del Tp Studio di Napoli (https://www.facebook.com/TPstudio29) , dove è stato registrato:”Edo è uno di quei musicisti che più che per la tecnica ti affascina per la capacità evocativa del suono. Suonando assieme a lui e registrando la sua musica in contesti molto diversi, ho imparato a conoscere la particolarità di questo suono; dovendo scegliere come riprenderlo in un contesto “atipico” (3 violini e un violoncello, suonati tutti da lui), ho scelto di provare a renderlo il più naturale possibile, utilizzando un AKG 414 TLII come microfono principale, in coppia con un pre Universal Audio 710 e un AKG C4000 alle sue spalle per recuperare alcune frequenze basse. Altra scelta di base è stata quella di dare grande spazio ai suoni d’ambiente, posizionando due Rode Nt2-A, preamplificati da due API 512c, a grande distanza tra loro. Queste due room si sono rivelate poi centrali nell’equilibrio del mix finale di Giuseppe Spinelli, mix fatto ITB utilizzando un Reverbero Lexicon PCM 70 e un compressore DBX. Il piano, un Kawai verticale, è stato ripreso con tecnica A-B. Per la voce di Viviana, dopo aver provato varie soluzioni, l’AKG 414, accoppiato a un pre Universal Audio 610, si è rivelato la scelta migliore, soprattutto nel gestire le dinamiche molto differenti all’interno dei vari brani. Il mix ha provato a lasciare inalterata questa realtà sonora, senza puntare ad elevare il volume”. Le prime 500 copie hanno il libro dell’opera (info e acquisto http://www.arkrecords.net/ *INFO@ARKRECORDS.NET).

Guido Bellachioma Su SUONO 487 maggio 2014, nella sezione “SELECTOR tutto il meglio in arrivo sul mercato”

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appuntamenti, link

Lilith Schauspielhaus centraltheater

 

logo-ark

Il sito dell’etichetta discografica ARK records http://www.arkrecords.net/
per tutte le info sul CD email: INFO@ARKRECORDS.NET

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Libri di poesia

“Amami” a Torino il 12 dicembre 2013

copertina

Qual è il motivo che ci ha spinto a credere che un libro di poesia edito in Finlandia nel 1991 potesse suscitare interesse presso i lettori italiani? I motivi per cui leggere queste poesie sono molti e si svelano pagina dopo pagina attraverso piani apparentemente contrapposti. Aino Suhola utilizza tutti i registri e i ritmi di cui l’originalità del suo linguaggio dispone incrociandoli in contraddittori spesso lancinanti per rendere al lettore, attraverso un vero e proprio canto, la coscienza della percorribilità di tutte quelle separazioni che precludono l’armonia delle differenze. Poesia e prosa, donna e uomo, bambino e anziano, la poesia di Aino Suhola si personifica pagina dopo pagina di bocca in bocca, dando voce a madri, padri, figli, reduci, chi da una guerra lontana, chi dai postumi di una contemporaneità smagliata e solitaria da cui Suhola intesse una poesia dall’intenzione politica molto precisa. Si badi però che la politica che fa l’autrice attraverso questo libro non ha nulla a che fare con i luoghi consoni al potere, ma bensì è la politica di cui la parola è stata capace fin dai tempi in cui poesia e religione erano indissolubilmente legate e ognuna riconoscibile in un ruolo preciso svolto nell’ambito delle comunità. La scrittura di Aino Suhola ci ricorda che oggi come allora la poesia sostiene il diritto di ogni persona di darsi parole diverse rispetto a quelle che ci si aspetta di ascoltare.

Le presentazioni

Il libro Amami per rendermi forte sarà presentato con il patrocinio dell’Ambasciata di Finlandia a cura dell’Associazione APS Minuksi in Italia in anteprima nazionale il 12 dicembre 2013 a Torino presso Palazzo Capris alle ore 19, via Santa Maria, 1,  nell’ambito dell’evento Essere come mai incluso nella manifestazione  Terzo Paradiso – Rebirth day http://www.terzoparadiso.org/

Minuksì Italia web site – www.minuksi.it – e-mail –  eija@minuksi.it

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Domenica 22 dicembre 2013 il libro sarà presentato in Finlandia a Helsinki in anteprima nazionale nella chiesa di Helsingin Diakonissalaitos. Sarà presente l’autrice Aino Suhola e la traduttrice Hanna Suni. Inoltre interverranno il coordinatore del progetto Tavallisia Asioita (Cose Ordinarie) www.tavallisia.fi promosso dal Presidente della Finlandia, Sakari Huovinen, e la direttrice di sviluppo di Helsingin Diakonissalaitos, Liisa Bjorklund.

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