23 novembre aneliti dal castello

Sabato 23 novembre alle 18 presso la sala cerimonie di Palazzetto Borghese a Morlupo avrò il piacere di leggere un mio testo Una voce dal castello, cronaca da un anelito con musiche originali elaborate in modalità live elettronics dal percussionista Alessandro De Iulis.

L’occasione è quella della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che il Comune di Morlupo celebra con una serie di eventi volti alla sensibilizzazione rispetto a un tema che è di fondamentale importanza mantenere vivo nell’ambito del discorso pubblico.

Questa occasione mi ha consentito, grazie all’espressione orale del monologo, di esplorare una piccola parte di un mio lavoro più ampio che si sta cristallizzando nella forma del romanzo storico. Questa ricerca è iniziata diversi anni fa con alcune letture intorno alla figura medievale delle sante vive e poi è proseguita con la ricerca entro la scrittura femminile di tipo cronachistico nei conventi di clausura dell’epoca post tridentina. La possibilità di un dialogo sperimentale condotto dal vivo tra il testo e la produzione e manipolazione elettroacustica dei suoni in tempo reale, finisce per produrre a ogni performance una formulazione del tutto nuova dei contenuti di cui, chi scrive soltanto parole come me, non può che cogliere tutta l’opportunità vitalistica che offre questo tipo di lavoro non ‘cristallizzabile’ e del tutto provvisorio.

Mi fa piacere condividere di seguito un estratto dal monologo.


Fin dal 1578 ossia quando avevo anni cinque, e successivamente per molti anni, i fratelli Orsini, tutti giovanissimi, forti del diritto di portare le armi per via di essere signori del posto, insolentivano la popolazione e tentavano di sedurre le donne e quando non vi riuscivano se le prendevano con la forza. Nel senso proprio che capitavano queste scene turpi in istrada ogni volta che uno di loro prendeva di mira una che gli piacesse.

Prima cercava, l’Orsini, di convincerla con modi rustici e capitava che qualche fanciulla si recasse di propria sponte al luogo del convegno, magari speranzosa di piacergli teneramente. Ma anche capitava quella che si negava, alla quale con il favore di qualche momento in cui si trovasse in loco meno esposto, l’Orsini le sollevava le gonne con la forza e facesse il suo subitaneo comodo. Tanto che io dissi a Settimia e a l’altra mia sorella Lauretta che mai più dovessero andare da sole per commissioni, senza essere accompagnate dai nostri fratelli addestrati a gridare alla bisogna.

Avevo saputo che pure questo accadeva dopo che fu accaduto a una fanciulla di tredici anni che veniva a pulire la canapa in casa mia e da quell’episodio non fu mai più la stessa. Inoltre sapendo tutti che era successo, nessuno se la volle più prendere perché rosa già odorata, come si soleva dire a mezza bocca.

A me, neanche mi guardavano, anzi mi guardavano male, primo per la mia veste di terziaria di San Domenico poi per il mio aspetto che cercavo in tutti i modi di sbiadire e di incrementare in severità, per evitare di attirare su di me qualsiasi genere di attenzione. Il castello in una manciata di anni era diventato la signoria dei soprusi mentre l’ordine e la giustizia restavano soffocati dalla violenza, così ogni possibile forma di progresso languiva nel terrore e nell’assoggettamento delle menti e dei corpi che non conoscendo altro che terrore, finivano per essere capaci di desiderare solo la loro stessa soggezione. E ciò avveniva davvero a pochi chilometri da quella Roma che proprio in quegli anni meditava la più ardita controriforma di tutti i tempi, quella che, nonostante l’orribile Lutero, avrebbe restituito il primato e l’intangibilità al cristianesimo delle origini.

Antimo Orsini forse il fratello meno efferato, cui era stato affidato per diritto di primogenitura la guida del castello, non sapeva o non voleva riprendere i fratelli se non blandamente. Del resto le sale del castello prima deserte ora erano gremite su suo invito, di meretrici forestiere e concubine locali che spesso litigavano tra loro per avere le attenzioni di questo o di quel fratello.

Ce n’era una che si chiamava Chantal, me la ricordo perché aveva i capelli di un rosso che lei chiamava tiziano, evocandomi a me, non i capelli ma il colore, alcune immagini irriferibili che speravo con tutto il cuore non fossero visioni che l’avessero riguardata in futuro. Era arrivata al castello insieme a uno che diceva di essere il marito. E questi si tiravano dietro una sorta di baule con ruote e dicevano di essere degli attori venuti a mettere in scena da noi il teatro che si vedeva in Parigi. Una che stava a servizio al castello mi disse che dentro quel baule c’erano certi abiti incredibili, aperti sul petto che un’attrice che potesse comprarsi sete e damaschi in quel di Parigi mai li avrebbe indossati, che quella sicuro non attrice ma puttana era.

Attrice o no anche Chantal rimase finché non si stancarono di lei mentre il marito sparì quasi subito, poi sparì anche Chantal.

C’erano anche quelle femmine nostre che cugine, sorelle e spose dei compaesani che stavano al servizio dagli Orsini, veniva da sé che per quanto fossero mal pagati dovessero condividere con quel numero impressionante di padroni le loro donne.  Quando esse inevitabilmente rimanevano gravide, il marito o il parente che non voleva saperne di prole che tutti sapevano che poteva essere bastarda, le spedivano a Roma all’ospizio del Santo Spirito a sgravare e a lasciare lì un infante che sarebbe andato quasi sicuramente a ingrossare la schiera di orfani cenciosi e meretrici bambine di cui le strade di Roma pullulavano.

Ma c’erano anche quelle di noi che dagli Orsini ci andavano apposta, certe perché avevano fame in quanto in casa loro non bastava il mangiare e i parenti erano felici che non ci fosse, per il tempo che durava, la loro bocca a togliere cibo alla famiglia, per poi non riprendersele quando fossero tornate disonorate. E c’erano pure quelle che così affamate non erano, ma che si erano fatte fare dei filtri perché uno di quei brutali signori cadesse tanto innamorato da sposarle.

Una certa Erminia che si era invaghita di Perdanello, il quale manco la guardava, aveva fatto lo scongiuro notturno delle stelle e trecce, sciogliendosi i capelli alla luce delle stelle per togliere il sonno a quella bestia e nella veglia fargli indirizzare i pensieri notturni, che si sa essere i più perniciosi, verso di lei. Che Erminia aveva imparato questo scongiuro da una certa Virginia che frequentava la sua casa per impararle a ricamare. Un giorno infatti tra le due avvenne questo ragionamento di farsi voler bene dal signor Perdanello e Erminia disse a Virginia, sapendola figlia di una femmina nota per essere pratica di certe procedure, se di grazia potesse insegnarle anche a lei. E Virginia le insegnò facendo cambio di questo sapere con una pezza di stoffa ruvida.

Quando lo venne a sapere don Luigi si adirò moltissimo che in confessione glielo disse la stessa Erminia la quale pensava di aver fatto piccolo peccato da massimo tre Pater ave gloria. Don Luigi disse che per una cosa come quella si poteva essere denunziate per stregoneria anche da chi solo pensava che lei potesse averlo fatto, dato che oltre tutto lo andava dicendo in giro. E che la l’Inquisizione non stava nel suo confessionale a dispensare qualche Pater ave gloria ma in Roma a bruciare femmine scellerate e femmine idiote come se entrambe allo stesso modo fossero andate a braccetto con satana. 

….

Dieci gigli che non si sapeva da dove venissero, così freschi e uguali che noi non ce li abbiamo negli orti. Schierati uno dopo l’altro, un plotone stilante e candido. Uno per ciascuna come mai nessuno ne avesse dati a noi. E perdonate il peccato di orgoglio. Mi figuravo che fossi io ad averne dati loro. Uno scettro che nessun mortale poteva darci per renderci spose senza marito. Ortensia, Lucrezia, Lauretta, Settimia, Bernardina, Chantal, Doralice, Anastasia, Ludovica, Caterina …

       È qui che finalmente ha inizio la mia vita, in questo primo giorno in cui il vento scuote carni e coscienze come se il caos volesse di nuovo inghiottire i frammenti di una storia precedente al vivere, senza diritto né speranza, altrimenti che se venisse raccontata.

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