Com’è brutta questa bambina

“Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione…”. ‘incipit del nuovo libro di Elena Ferrante che sarà disponibile in libreria dal 7 novembre 2019


Dalla mia postfazione in Neapolitanische Puppen, Ein Essay über die Welt von Elena Ferrante, edito da Launenweber nel 2018. Delle migliaia di pagine scritte da Elena Ferrante che mi è capitato di leggere e rileggere in più di un ventennio, ce ne sono tre che più di altre, mi hanno legittimata in una mia cocciuta ricerca di lettrice non tanto dentro il mistero Ferrante, quanto di me stessa dentro e attraverso le pagine di questa autrice. Quello che ho fatto negli anni non è stato leggere Ferrante cercando la persona che potesse aver scritto quelle pagine così importanti per me ma ho letto Ferrante autorizzata a una ricerca delle molte me stessa attraverso un gioco di specchi, tra lettrice e autrice, che portava ben oltre le trame dei romanzi.

Quando nel 1995 il film di Mario Martone mi segnalò l’esistenza di un romanzo di una certa Elena Ferrante che, mi appariva chiaro, mi sarei dovuta procurare con urgenza, avevo 22 anni e scrivevo poesie. Nelle tre pagine cui mi riferisco dal titolo senza dubbio disturbante, Com’è brutta questa bambina[1], si sono creati tutti i miei snodi interpretativi, anche quelli che ora riconosco come tali a posteriori. Tutto per me nasce da quelle pagine d’occasione, concepito probabilmente nel 2003 come ipotetica risposta a un rifiuto. Era accaduto che l’editore svedese Bromberg dopo l’acquisto dei diritti de I giorni dell’abbandono, si fosse rifiutato, alla lettura della traduzione, di stampare il libro adducendo motivazioni di ordine morale: pare che per Bromberg, Olga la protagonista, fosse un pessimo esempio di madre. 

Tutto il mio interesse per questa scrittrice è partito da lì. Anche prima che le leggessi, da quel numero esiguo di pagine scritte in risposta a una censura surreale, come lo sono quasi tutte le censure. Quelle pagine dal titolo così conturbante, riportano un’esperienza di lettura adolescenziale credo comune ad alcune lettrici e lettori che nella vita poi sono rimasti soprattutto questo: gente che legge per se stessa. Attraverso la lettura in francese di Madame Bovary, Elena Ferrante riferisce che all’origine della propria scrittura ci sono i suoi turbamenti di giovanissima lettrice e non qualcosa scandito dai possibili attributi ratificati dal suo ruolo di scrittrice: “Penso che gli autori siano amanuensi devoti e solleciti, tracciano neri e bianchi secondo un loro ordine più o meno rigoroso, ma la scrittura vera, quella che conta, è opera dei lettori”.[2]

Posto che per Ferrante, lettrici e lettori sono tutt’uno con chi scrive, l’altra questione fondamentale perché questo abbia luogo in modo credibile nell’immaginario a metà strada tra noi e lei, è che chi scrive può determinare il proprio genere scrivendo a prescindere da qualsiasi dato identitario. E può farlo anche in maniera più credibile rispetto a chi si avvale in modo strumentale della propria identità di genere, qualsiasi essa sia. Flaubert che, come è noto, asseriva di essere lui stesso Madame Bovary, era un uomo senza figli che ha inventato la figura di una donna capace di concepire un pensiero terribile rivolto alla propria figlia …com’è brutta questa bambina. Una donna sarebbe stata capace, non tanto di concepire questo pensiero ma di riportarlo in una storia che concernesse il racconto di se stessa, nei termini in cui lo ha fatto Elena Ferrante? Io personalmente non so rispondere a questa domanda ma confido, come ho sempre fatto, che Elena Ferrante sia l’autrice contemporanea più avvertita riguardo all’eventualità di un modo diverso di intendere il proprio genere sessuale, in rapporto a quello che possiamo sapere della nostra identità. E soprattutto confido che continui a scriverne.  


[1] E. Ferrante, La frantumaglia, Roma, edizioni e/o, 2016, p. 187-90

[2] E. Ferrante, La frantumaglia, Roma, edizioni e/o, 2016, p. 189

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...