Bambine anni Cinquanta e altre vergogne

Con La vergogna edito in Francia nel 1997 e in Italia per L’Orma editore nel 2018, Annie Ernaux propone un frammento narrativo legato all’anno 1952 e traccia un’autobiografia di genere che si basa sulle origini indicibili di un intero ceto sociale extranazionale.

In un’intervista rilasciata alla Lettura del Corriere della Sera nell’aprile 2016 Ernaux dichiarava: “A me interessa che l’Io sia legato al Noi, e che ci sia un legame indissolubile tra collettività e individualità attraverso la presenza della Storia.” Nella stessa intervista parlando dei motivi della sua ammirazione per l’opera di Emmanuel Carré, Ernaux spiega che in Carré si tratta di un Io che entra ad armi pari nelle vicende esteriori e dentro suoi protagonisti. Poi, però, descrivendo il lavoro condotto nella stesura de Gli Anni (forse il libro più noto di Ernaux) dichiara che la prima persona singolare e la prima persona plurale dovevano avere lo stesso peso, e questo era un problema: c’era una difficoltà a ricreare questa simmetria.

Come a dire che le armi dell’Io Ernaux non erano in qualche modo pari a quelle dell’Io Carrè nel misurarsi ognuno con i propri protagonisti. Disparità presente anche nel misurarsi dei due diversi Io autoriali con il Noi di una Storia condivisa.

La vergogna ( traduzione di Lorenzo Flabbi) parte da un’indagine sull’origine di questa asimmetria riguardante diversi fronti, che rende complicato ricreare un’ambientazione per il rapporto di diseguaglianza tra un Io femminile, effigiato in un’istantanea datata 1952, e il mondo di fuori costituito dal Noi che quell’Io in teoria dovrebbe includere. L’intenzione di Ernaux è quella di creare un linguaggio adatto a un discorso pubblico molto più ampio di ciò che si immagina comunemente.

In questo senso la ricerca viene condotta dall’autrice in termini strettamente personali, sottraendo al silenzio e consegnando al discorso pubblico, un episodio della propria infanzia che diventa una chiave di lettura capace di illustrare i lineamenti di un vero e proprio ripiegamento relazionale e psicologico di una bambina degli anni Cinquanta. Ripiegamento che avviene al momento della presa di coscienza dell’asimmetria in cui il proprio status sociale la pone al cospetto dello sguardo del mondo che si posa sul suo esordio di donna.

“Ho sempre convissuto con un moto di allarme verso la scrittura che mi poteva sfuggire.”

L’Io dell’autrice bambina si rappresenta inizialmente in uno stato di ipercoscenza incapace di concentrarsi su alcunché. Uno stato psicologico direttamente conseguente a un episodio traumatico che assurge a spartiacque tra un prima e un poi. Un episodio condizionante rispetto all’individuazione del luogo fisico dell’identità dell’autrice e permanente fin nei meandri del suo essere.

La vergogna perciò costituisce anche la ricostruzione di un’ambientazione in cui tutto ha inizio da una perdita d’innocenza di una bambina ipercosciente.  In conseguenza di ciò la bambina non troverà alcuna corrispondenza simmetrica col mondo di fuori che le si rivolge esclusivamente attraverso uno stigma sociale, escludendo la validità e quindi l’esistenza del resto delle prerogative della sua persona. In mancanza di questo rispecchiamento nulla giustificherà alla bambina, la legittimità degli aspetti precipui della propria ipercoscenza.

L’episodio narrato all’inizio del libro riguarda una violentissima lite intercorsa tra i genitori della protagonista dodicenne, in cui la violenza coincide con una forma di follia incipiente che ha una forte connotazione di classe: il padre in un impeto di collera, che non si sarebbe mai più ripetuto, arriva a fermarsi un’istante prima di uccidere la madre della protagonista.

Ci immaginiamo che un’esistenza corrisponda a un ventaglio amplissimo di variabili mentre forse non è così, la vergogna per Ernaux è la verità ultima. E il movimento per eluderla è la continua narrazione di un’epica di se stessi di cui il genere umano si droga come forma di resistenza. 

Una forma di simmetria tra l’episodio del quasi omicidio della madre, l’autrice lo andrà a ricercare senza successo nelle foto di quell’anno, sui giornali del 1952, nel lessico familiare, nel corpo e negli abiti che indossava, nel lavoro svolto dai genitori, nella scuola che frequentava, nell’urbanistica del proprio quartiere, nella religiosità impostale. Tutto ciò  in una spasmodica ricerca di simmetrie mancate tra l’indicibile della sua esperienza di figlia e il racconto che il mondo fa di se stesso.

Del resto sono molte le asimmetrie che l’autrice mette in campo attraverso La vergogna: tra la Storia con la esse maiuscola e quello stato di ipercoscenza disorientata per cui non esiste luogo. Tra quel segmento minuscolo e incolmabile che divide la bambina offesa dalla ragazza di prima. Tra la ragazza di prima e quella del dopoguerra che prova il suo massimo piacere nel fabbricare se stessa con la fantasia, esclusivamente attraverso i prodotti pubblicizzati dalle riviste, non potendo immaginare che altre possano fare lo stesso nella realtà.

Ernaux mostra con chiarezza il meccanismo di quelle scene del nostro corredo personale, che l’infanzia psicologica di ciascuno ammanta di una sacralità iconica pressoché invincibile, al punto da risultare quasi illeggibili all’adulto di poi: “Più scrivo e più mi accorgo dell’esistenza di un’altra voce che, come nei sogni, io non arrivo ad afferrare”.

Quasi illeggibile. Salvo quella sacralità iconica essere investigata da una forma di racconto che non produce realtà, né la ricerca, ma la seziona in documenti da sottoporre a diversi approcci di analisi, un po’ come se fossimo gli etnografi di noi stessi, parola di Annie Ernaux.

p. 118
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