Il lato B della consapevolezza

Nel 2007 Andrea Raos pubblicò da Oèdipus un libro Le api migratori. Si è trattato di un libro di poesia importante secondo il parere di molti. Per me è stato un libro fondamentale come poeta, non solo per il valore oggettivo che questa poesia tuttora rappresenta ma per motivi che nel tempo sono stata in grado di cogliere solo parzialmente. E che all’uscita dei libri successivi dello stesso autore, sono rimasti come sospesi assommandosi a ciò che di seguito la poesia di Andrea Raos ha saputo significare diversamente.

Ho lasciato perdere per un lungo periodo di scrivere di poesia in parte per i motivi che ho spiegato qui in parte perché è difficile lavorare sulla materia viva del contemporaneo quando si avverte la necessità, come io ho avvertito a un certo punto, di dimenticare quanto gli altri ne dicano.

Inoltre se pongo la poesia, per come l’ho scritta, la leggo e la sento nel mio piccolo, di fronte a quello che sembra richiedere la complessità del tempo presente in termini di immediatezza e sistematicità, questo mi fa perdere il tempo necessario all’osservazione, che è ciò che serve più di tutto il resto alla scrittura, almeno alla mia. Questo dato di fatto mi ha portato in questi giorni di provvidenziale pausa estiva a interrogarmi, tra l’altro, sul ruolo che la poesia può ancora avere nel mio modo strettamente soggettivo di intenderla.


Per me Le api migratori, in quel lontano 2007, furono una sorta di epifania del lato B della consapevolezza. Cioè la manifestazione attraverso un progetto organizzato e controllato minuziosamente, di come il significato della parola consapevolezza in poesia potesse assumere un valore completamente diverso da quello che comunemente si immagina quando si usa questo termine (la parola consapevolezza di primo acchito lascia intendere qualcosa di conclusivo, se non di cristallizzato, quando la si pensa in termini nozionistici).

La premessa de Le api migratori riguarda un episodio che viene riportato sulla quarta di copertina del libro. Un fatto che la poesia circostanzierà diversamente da quella che ci si aspetta essere un’illustrazione di tutt’altra natura, dato la premessa.

Nel 1956 alcuni membri della comunità scientifica brasiliana importarono in Amazzonia dall’Africa api di quel continente, più robuste, e le incrociarono ad api produttrici di miele, inoffensive, meno aggressive. L’obiettivo era rendere queste ultime più produttive dal punto di vista economico e industriale. Una incredibile serie di mutazioni non volute produsse le così dette “api assassine”, che fuggirono dal laboratorio e, su quasi trent’anni, migrarono verso nord attraverso l’America Centrale e il Messico, passarono nel deserto di Sonora e apparvero nella California del Sud. All’inizio degli Anni Ottanta la paura degli scienziati ed i funzionari del governo degli Stati Uniti era che queste api creassero panico e caos mentre, capaci di uccidere vite umane, risalivano il confine americano.

Il libro inizia con il laboratorio-madre che espelle gli api “scoppiate via dal laboratorio-madre. Sono fame e morte”. Oltre questo non dirò altro in merito al tema. Perché procedere sulla china del materno significherebbe riferire un punto di vista che ridurrebbe il sistema espressivo creato ex novo per scrivere questo libro, a un paradigma interpretativo posticcio rispetto all’originalità dell’idea che sta alla base de Le api migratori.

Gli api con la loro parabola involontariamente omicida, partono alla volta di un’assunzione di ruolo esplicita che diventa responsabilità della poesia di fronteggiare nell’immediato i termini ambigui del linguaggio collettivizzato, il disorientamento dell’immediatezza dell’oggi, la pericolosità della sistematicità attraverso una vicenda innestata nel DNA del presente non solo in termini poetici ma anche in termini politici.


Adesso in questo punto incontriamo.
Madre che chiedono.
Ma come è dialogato, che divide?

È l’altro lato della consapevolezza che questo libro esprime che deve essere sottolineato. Perché è ciò che riporta la poesia ad avere una funzione e una posizione irrinunciabile nell’universo di chi veramente legge. Più del romanzo o del  saggio che nel migliore dei casi colgono uno dei possibili significati (o mancanza di significato) della realtà, la poesia è l’insostenibile epifania di un futuro cui l’ingiustificabilità del presente non può che voltare le spalle.

Nonostante la diversità dei temi dei libri successivi, la poesia di Andrea Raos insiste nel dare un significato diversamente opportuno a quest’altra consapevolezza. Come nel caso de I cani dello Chott el-Jerid, una breve raccolta poetica pubblicata da Arcipelago edizioni nel 2010, in cui l’elemento geografico/paesaggistico e quello animale sono ancora una volta alla base di un discorso che se da un lato è fortemente personale dall’altro è capillarmente politico.

Lo Chott el Jerid è un lago salato della Tunisia. Situato nel sud-ovest del paese. È il più esteso lago salato della regione. La sua superficie è composta da un agglomerato di cristalli di sale poggianti su un fondo sabbioso ed argilloso. Il luogo di questo libro è infatti un anfratto puramente minerale che somiglia alla memoria sia in termini individuali che collettivi.

Anche in questo caso come per Le api migratori e come sarà per il libro successivo a questo, la chiave di lettura, se esiste che la poesia ne abbia una, si trova nella premessa

Nel passato, l’opera d’arte racchiudeva il dolore all’esterno di sé minimizzando il suo farsi strada per aprirsi, implodendo, schiuso in sé. E vita, ne mancavi tanta per raggiungere questa che già manca.

La funzione dell’opera d’arte dunque qual è? Ammesso che la domanda sia stringente come la contemporaneità di ciò che viviamo quotidianamente. Quali sono le categorie del presente accolte da un’opera poetica contemporanea per dirsi davvero tale? A mio avviso il lato B della consapevolezza di cui sopra, riguarda un’assunzione di responsabilità personale che è strettamente connessa a una visione del presente derubricato dall’invasività dei quadri previsti per rappresentarlo. Una visione del presente interiore che partendo dalle proprie scorie, sappia disegnare quelle geografie residuali che ogni forma di massificazione, più o meno funzionale a uno scopo, tralascia.  Così come ha fatto Andrea Raos nella sua poesia passata e allo stesso modo fa nel suo ultimo libro di poesia Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali (Arcipelago Itaca, 2017).

Anche qui il brano che l’autore sceglie come prologo illustra, nel mentre del suo indirizzarsi, il movimento che serve a identificare una natura ulteriore del dialogo proposto a chi legge. Questo libro tratta di un vero e proprio spostamento (scardinamento) fisico del punto di vista noto che di conseguenza muta la prospettiva del punto d’arrivo cui lettrici e lettori approderanno al termine del viaggio. Ciò avviene per mezzo di un attraversamento di varie sezioni. Infatti la lettura procede per quadri apparentemente dissimili tra loro nel formato e nel tema.

La meta dichiarata da Andrea Raos, giocando ancora una volta d’anticipo fin dal prologo, non è più la disumanità della terra ma l’animalità del cielo

L’Allegro Leprotto allora capì che i pianeti e le stelle che vedeva brillare dal basso, quando nelle sere d’estate giocava a rincorrere le lucciole nei prati invasi dal profumo del fieno falciato, in realtà sono pietre che sprizzano scintille verso la terra rotolando e stridendo in assoluto silenzio, come calcoli neri e pulsanti di cui traspare il ghigno se premuti contro la membrana che li chiude. Io spero che ti scardini la vita.


  • Le illustrazioni de Le Api miigratori sono di Mattia Paganelli
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