Col senno di poi

Il rispetto di sé non ha nulla a che fare con il volto delle cose, ma riguarda invece una pace separata, una riconciliazione privata. Joan Didion

Alcuni anni fa qualcuno mi indicò di leggere L’anno del pensiero magico dicendomi che si trattava di un libro sul lutto. Allora non avevo letto nulla di Joan Didion e il libro indicatomi non era propriamente un libro sul lutto ma certo qualcosa di più pervasivo di un discorso su un argomento che mi stava molto a cuore.

L’anno del pensiero magico è un libro scritto nella condizione psichica di chi è deciso a restare in osservazione trovandosi al cospetto di una scomparsa. Quel libro è stato anche un monologo teatrale in cui Vanessa Redgrave racconta, impersonando Didion, la sequenza di eventi che ha portato alla morte del marito e della figlia di Joan in un tempo abbastanza breve da porre i due avvenimenti su un piano identico e apparentemente insormontabile.

joan-didion-il-centro-non-reggera_80117454Poi ho avuto modo di seguire su Netflix una nuova ricostruzione di quei fatti attraverso un formato espressivo molto diverso, quello del docufilm Il centro non reggerà in cui il nipote di Joan la intervista su quella storia e sul resto della sua carriera dove storia personale e carriera perdono ciascuna i propri tratti distintivi. La cosa che più di tutte mi ha colpito di quel racconto cinematograficamente anche troppo perfetto, è un’affermazione che Joan fa rispetto a non aver saputo conoscere nella figlia (non riconoscere ma proprio conoscere), ormai scomparsa, tutto quello che non fosse ciò che amava in lei. L’affermazione parrebbe un po’ crudele se non fosse che a volte è proprio così. Non che si scansi il non amabile, ma in chi amiamo indelebilmente, come un figlio ad esempio, tendiamo a conoscere meglio ciò che ci appassiona o tendiamo a ricordarlo di più. L’amore ci rende un po’ vittime forse di una fascinazione un tantino stolida, che ci sottrae al tempo, che ci assorbe e ruba la scena a tutte quelle prerogative che, anche nella persona che amiamo, ci interessano di meno.

In questo senso L’anno del pensiero magico rivela qualcosa di fondamentale sul lutto ma anche sulla necessità dell’ammissione di una più estesa inconoscibilità cui l’occorrenza di questa condizione costringe. Tuttavia l’inconoscibilità non dovrebbe essere solo il presupposto del lutto in qualità di condizione estrema dei rapporti con l’altro.


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Sul piano strettamente personale, l’errore si potrebbe evitare, a ben guardare. Se partissimo dal presupposto di un’osservazione che non venga assorbita da uno status quo di noi stessi alimentato dallo storytelling che abbiamo preferito, per definirci attraverso una specie di epica privata in cui, l’estetica di noi da riferire all’altro e il desiderio di conformità, senza che noi ce ne rendiamo conto, contano sopra ogni cosa.

Didion sembra avvertire lettrici e lettori che alla lunga quell’ogni cosa lasciata da parte, reclamerà uno spazio che l’autrice nella sua esperienza di lutto descrive come il sopraggiungere della sventura. Aprendo così su un concetto sterminato come quello dell’inconoscibilità che Didion dimostra di gestire ne L’anno del pensiero magico in un modo sottilissimo e inevitabilmente doloroso, riconducendolo a qualcosa di simile a una dea vendicativa la cui importanza non ci si può permettere di ignorare.  Un romanzo può essere un monito. Se racconti una storia e la costruisci bene, la cosa non ti succederà scrive Didion in ossequio proprio, io credo, a quella dea della sventura.

Ricordare cosa significa essere me. È quello il punto scrive ancora Didion. Dove “ricordare” è inteso come un fatto incluso nel essere scrittrice anche di fiction oltre che saggista e riguarda una inconoscibilità che sta sempre un passo più là del saputo, del conosciuto perché riferito, appreso o dedotto.

Perciò quando qualche giorno fa ho visto in libreria un volume di Joan Didion che non avevo visto prima sotto al cui titolo Da dove vengo, campeggia come sottotitolo un’autobiografia, confesso di non aver neanche chiesto al libraio di toglierlo dal cellophane e l’ho comprato.

Ho fatto bene. Da dove vengo approda a una modalità completamente diversa da quella più immediata attraverso cui si può intraprendere il racconto autobiografico. Il principio è quello della dissonanza tra la percezione di sé, la propria reale condizione, il concetto di possibilità illimitate e le limitazioni parzialmente conoscibili e implicite a ogni condizione e carattere.  Peraltro Menzogna e sortilegio di Elsa Morante ne è per gli stessi versi, ma sul piano del romanzo, un esempio letterario nostrano ugualmente fulgidissimo. Qualsiasi situazione determinata da prima della nascita da coordinate geografiche e da determinate risorse economiche non sfugge all’egemonia di un certo tipo di narrazione familiare e politica, l’adesione o il deciso rifiuto delle quali, costituiscono sempre un equivoco. Quell’equivoco spesso genera un orientamento che inevitabilmente esclude ogni cosa al di là di ciò che si sceglie in virtù della definizione di una propria epica/estetica. E quella scelta la si opera per di più convinti che scegliere basti a farci diventare la persona che il nostro desiderio ci spinge a essere.

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A questo punto avrete capito (molto prima di quanto abbia saputo farlo io) che questo libro è una ricerca sui miei equivoci circa il modo e il luogo in cui sono cresciuta, equivoci che riguardano l’America così come la California, fraintendimenti e malintesi a tal punto insistiti nella persona che sono diventata che ancora oggi mi riesce di affrontarli solo per via indiretta.

Nel 1961 Joan Didion a 27 anni, pubblicò per puro caso su Vogue un fortunato articolo, che poi è diventato una specie di modello per chi volesse capire come scrivere un buon articolo anche dal punto di vista formale. L’articolo si intitolava Sul rispetto di sé. Secondo la leggenda Didion il tema, la lunghezza dell’articolo e il tempo di composizione non furono scelti da Joan che venne chiamata a scrivere quel pezzo in ritardo perché l’autrice che se ne doveva occupare era sparita e il giornale doveva andare in stampa. Con il senno di poi, fa un certo effetto rileggere le parole di quella Didion di ieri:


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Avere il senso del proprio valore intrinseco che, nel bene e nel male, costituisce il rispetto di sé, equivale ad avere potenzialmente tutto: la capacità di discernere, di amare e di rimanere indifferenti. Esserne privi significa essere rinchiusi in se stessi, paradossalmente incapaci tanto d’amore che di indifferenza. Se non ci rispettiamo, da un lato siamo costretti a disprezzare quanti hanno così poche risorse da ridursi a frequentarci e una percezione così scarsa da essere ciechi di fronte alle nostre fatali debolezze. Dall’altro siamo alla mercè di tutti quelli che vediamo, stranamente determinati a vivere, dato che l’immagine che abbiamo di noi stessi è insostenibile, la falsa idea che questi hanno di noi.

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