essere visti

Essere visti percorrendo la propria strada all’interno della complessità umana. È uno degli elementi più interessanti che emergono da un denso articolo di Judith Butler pubblicato recentemente su The New Statesmen e proposto dal sito Il lavoro culturale nella traduzione di Giuseppe Forino, Giacomo Tagliani e Nicola Perugini

Tra i molti motivi di interesse dell’articolo, c’è la ricerca che la filosofa americana compie entro gli avvenimenti della storia e della cultura contemporanee relativi a quella che viene indicata come l’ideologia del gender. Ossia cosa possa avere condotto al fraintendimento del discorso sulla differenza sessuale e sulla parità di genere, come fosse una questione di tipo ideologico, piuttosto che un confronto urgente e circostanziato tanto dall’esperienza di molte e molti, quanto dall’evoluzione delle scienze biomediche. Inoltre l’articolo sintetizza il più recente approdo del pensiero filosofico che vede la stessa Butler come autrice di un libro Fare e disfare il genere, che è stato fondamentale per cogliere fino in fondo la vastità di un tema che evidentemente non riguarda solo la comunità LGBT e il mondo queer. Un tema che coinvolge in primo luogo quella vastità umana che è il presupposto a garanzia di tutte le interlocuzioni, compiute con un minimo di onestà intellettuale, riguardo le disparità.

b2In un passaggio di Fare e disfare il genere ad esempio Butler nomina una circostanza che riguarda un certo modo di intendere l’oppressione che in tutta evidenza prevede il coinvolgimento di due entità: quella opprimente e quella che viene oppressa. Butler scrive: “per poter essere oppressi occorre essere innanzi tutto inintelligibili. Scoprire la propria inintelligibilità, ossia la propria inesistenza sul piano culturale e grammaticale, significa scoprire che non ti è ancora stato concesso di accedere all’umano (…) significa scoprire che le norme che governano il riconoscimento non sono mai a tuo favore”. Va da sé che chi non è riconosciuto, non è visto, quindi è destinato a non esistere nella sua essenza precipua. Inoltre l’altro punto messo in luce da Butler riguarda direttamente la legittimità di certe norme piuttosto che altre, secondo il governo delle quali, un riconoscimento può essere un’azione definitiva che include o esclude qualcuno dall’esistenza.

Nell’ambito dell’articolo tradotto da Il lavoro culturale, Butler continua l’illustrazione di uno dei temi più importanti di cui ha contribuito grandemente all’emersione. Cos’è quello che può o non può riguardare le variabili di un sistema di riferimento entro cui si articolano queste norme che governano la visibilità?:“Le interpretazioni esistenzialiste e istituzionali della “costruzione sociale” mostrano che il genere e il sesso sono determinati da un complesso e interattivo insieme di processi storici, sociali e biologici. Quindi, siamo sempre “costruiti” in modi che non scegliamo”.

butlerIn un altro saggio tra i più intensi dal punto di vista della speculazione filosofica Sentire ciò che nell’altro è vivente. L’amore nel giovane Hegel, attraverso l’analisi di due frammenti dell’opera del filosofo, Butler indica che il riconoscimento reciproco, e quindi l’essere visti, non si riduce all’identità di ciascuno. Che peraltro è un concetto statico e passibile di falsificazioni di ogni genere all’atto di una certificazione che sia definitivamente inclusa in un sistema di riferimento i cui elementi sono così variabili dal punto di vista storico, sociale e biologico, appunto. Ma è un luogo di continua trasformazione, quello del riconoscimento, cui si accede proprio attraverso lo smarrimento di quei parametri attraverso i quali viene governato un riconoscimento ‘sfavorevole’ quando la dialettica si articola tra oppressore e oppresso. Si è esistenti e visibili perciò, quando ci si trova abbandonati entro un mutamento generato da un’interlocuzione: “La lotta per il riconoscimento in senso hegeliano, richiede che ciascuna parte in causa riconosca non solo che l’altro meriti e abbia bisogno di essere riconosciuto, ma anche che ciascuno in modo differente è pressato dallo stesso bisogno, dalla stessa esigenza” scrive Butler.

Ciascuno è pressato da questa esigenza in un modo le cui implicazioni sono così complesse che, per trovare ognuno il proprio percorso all’interno di questa complessità, bisogna ammettere al visibile e all’esistente ciò che di fatto lo è sempre stato, anche in assenza di riconoscimento. Meglio, secondo Butler, che questo avvenga essendo compreso in un’autentica interlocuzione che schiude a quell’illimitata apertura, a cui in quanto viventi, ci si consegna e ci si espone alla vita.

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