Perché non scrivo di poesia

Perché non scrivere (o quasi) di poesia.

Ho smesso di scrivere di poesia da tempo, pur continuando a leggerla. Posto che il quasi totale abbandono da parte mia di questo tipo di scrittura è perlopiù una scelta personale come un’altra, esistono dei motivi ulteriori che col tempo hanno reso meno praticabile questo dedicarmi, attraverso la mia scrittura, alla parola in versi scritta dagli altri. A monte di questo rapporto bifronte con la poesia, fin dal principio c’è stata una ben strana ibridazione, almeno dal punto di vista dei presupposti: non sono un’accademica perciò i miei strumenti di analisi si riducono a guardare alla poesia, non importa se mia o degli altri, come a una sorta di fuoco prometeico con tutte le complessità e le ambiguità filologiche e psicologiche che riguardano questa mia patologia. E ho scritto poesia mia più o meno finché pensavo di avere la necessità di scrivere anche della poesia altrui. Dopo di che, contemporaneamente, non ho più praticato né l’una né l’altra. Preso atto di questa impraticabilità e tralasciati i percorsi ben più sfuggenti che hanno portato una componente innata di me al silenzio, c’è da dire che ci sono motivi anche meno personali di cui si può parlare qui.

La prima a decadere è stata la fiducia, sto parlando proprio di quella fiducia infantile nei confronti dell’autorevolezza di ciò che i manuali chiamano canone della poesia del Novecento italiano. Dal punto di vista dell’irrilevanza della mia fanciullezza poetica, questo canone mi è sembrato svolgere un ruolo di garanzia su una tradizione strettamente normativa, fieramente fondatrice, prescrivente e autoritaria. Quando ho realizzato, ci sono rimasta malissimo, come una bambina che si accorge che suo padre non è niente di speciale, se non un uomo come gli altri. Deve essere stato questo il primo trauma che ha subito la mia quasi interminabile infanzia poetica.

Poi si è aggiunto il disinteresse più autentico per tutte quelle antologie che da un certo punto del secolo breve hanno inteso diversificarsi dalle prescrizioni esclusivamente paterne del canone, proponendosi dal punto di vista critico non per niente, attraverso immagini di tipo anatomico come rottura, frattura, distorsione, distaccamento restando, per assunto interne al corpo paterno.

Ciò a me è significato solo una diversificazione delle forme e delle direzioni del tutto monocorde che contraddice in termini, proprio quella funzione prometeica degenere che nella prima parte della mia vita aveva costituito il senso di una mia individuazione, non importa se discutibile, come soggetto giustificato a scrivere nella poesia e sulla poesia.

Infine la desolazione nel constatare che sia che si accetti o anche si combatta questo stato di cose, si incorre nello stesso errore. Se il canone prescrive che la poesia sia un universale maschile anche rispetto a quello che non accoglie o accoglie a fatica in termini di avanguardia e sperimentalismo, la quasi totale assenza delle donne dal suo corpus indica che il procedimento normativo di questa canonizzazione, pur evolvendosi, pur essendo condotto da un numero maggiore di donne, si regola comunque entro una fisiologia maschile introversa e autoritaria, abituata all’incremento delle sue peculiari specificità e perciò amputata della visione di se stessa entro la collettività reale che è eterodossa non solo dal punto di vista concettuale.

Si può non credere che la radice culturale della specificità abbia i suoi limiti. Ma continuare a non crederlo quando questo limite diventa un problema umanitario su tutti i fronti, rasenta la cattiva fede. Non dico che le donne con il corpo della madre non abbiano problemi culturali di almeno pari entità. Tuttavia nel femminile la pulsione normativa, quando si pone in modo ultraspecifico, come a volte è accaduto dagli anni Settanta in poi, può diventare diversamente autoritaria e alla fine dei conti ancora meno credibile. E perciò meno potente e condizionante dal punto di vista pratico, per fortuna, perché di rado riesce ad estendere l’inclusione della propria autorità al di fuori del suo cortile specifico. Figuriamoci entro il tessuto della società reale.

Da qualche parte ho letto che la barbarie non è tanto questione di ignoranza ma di mancata misura. Emanciparsi dalla barbarie pare che non riguardi tanto l’evoluzione della specie quanto una capacità di visione non amputata che mantiene in sé la facoltà originaria di comporre natura e civiltà entro lo stesso organismo. E che ciò che si può fare, e va scritto, si ottiene praticando costantemente tutte le contraddizioni che si pongono tra esperienza e desiderio. Mi sa che quest’anno provo a fare così. Intanto tanti auguri a tutte e tutti.

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