Nanette e la rabbia della donna qualunque

A giugno 2018 Netflix inserisce nella programmazione “Nanette” di Hannah Gadsby consegnando la comica e scrittrice australiana ad un’ulteriore e più estesa notorietà. Gadsby nel suo fortunato show dal nome di donna, Nanette appunto, crea un contesto innovativo e di grande attualità su cui esercitare uno storytelling di tipo comico che spesso si avvale di un equilibro precario che l’autrice stabilisce tra la propria dichiarata rabbia di donna e lesbica e l’identità di comica che il pubblico dei suoi show le riconosce. Un equilibrio che Gadsby poi magistralmente estende fino a infrangere quando si concentra su l’indicibilità del trauma contrapponendolo all’epica disincantata della sofferenza di genere. Ciò soprattutto rivolgendosi a un pubblico costituito da quell’enorme estensione ai margini della società globale, popolata tanto dalla donna qualunque, la cui vita vera per intenderci è invisibile ai social, quanto dalla comunità LGBT e dal mondo queer in genere. Per inciso lo show si intitola non a caso, con il nome di una donna che incarna di fatto una presenza mancata entro un’ipotetica relazione con l’autrice.

Lo show di Gadsby va visto per molti motivi, la maggior parte dei quali non riguardano quello che sto scrivendo qui. Qui mi riferisco solo al motivo per cui ho continuato a interrogarmi per giorni dopo aver visto Nanette: in che maniera la comunicazione oggi può finalmente misurarsi con la dicibilità del trauma che una realtà quasi sempre costruita da un certo immaginario e da un certo operato maschile, ha arrecato per generazioni al vissuto di moltissime donne?

Gadsby, che è la regina della comicità del momento, a me sembra che risponda a questa domanda con un’altra domanda. E che lo faccia paradossalmente molto meglio di quanto abbia mai sentito rispondere fin qui: chi usa l’autoironia dal cantuccio della sua marginalità di donna qualunque, di lesbica, di trans o di minoranza etnica, qualora venisse ascoltato, per quale motivo viene ascoltato? perché si sta esprimendo con la dovuta umiltà o è perché si sta umiliando? Si capisce bene quanto il confine tra le due cose sia labile.

È possibile quindi essere credibili quando si sta utilizzando un registro autoironico in momento in cui si parla, o si scrive, da una posizione marginale, perciò dall’impotenza, e non dal centro, ossia da una posizione di potere?

Gadsby mi fa pensare che in un’epoca in cui è tutto storytelling, ciò che manca non solo alla commedia, ma anche all’arte, alla letteratura, alla politica in generale sembra essere una precisazione veramente nuova del significato sociale di quello che è un contesto narrativo, anche extra fiction, che riguardi non soltanto l’ottica maschile. Cioè quello che manca è un know how della dicibilità del trauma di genere che sia veramente contemporaneo in termini di narrazione del presente, in tutti quei campi della comunicazione che si avvalgono della narrazione per imbonire, per vendere, per intrattenere, per convincere, per catturare consenso ecc.

Il personale e politico che Nanette coniuga nasce da una legittimazione di tutti gli aspetti nuovi che la marginalizzazione, che impara ad esercitare la propria prerogativa di non centralità, può significare se accetta di non snaturare il proprio territorio limitrofo, di non decontestualizzarsi, accogliendo una definizione di marginalità già codificata prima. Ma quanto prima? Molto prima che al margine si sia saputo qualcosa in merito al disvalore politico che quasi sempre proviene da quell’avallo di quando la marginalità entra a far parte di qualcosa che marginale non è, con la tutta la condiscendenza del caso.

L’andamento dell’ondata innescata dal movimento #MeToo, che ha spinto sempre più donne verso il racconto della propria storia traumatica, può dare un’idea sia della connessione che della disconnessione che chi è al margine rischia e tenta a ogni azione volta alla partecipazione creativa tramite un’autolegittimazione in ambito pubblico e attraverso lo storytelling di vicende che provino a illustrare in modo autentico il proprio contesto marginale senza la tentazione di radicalizzare quella posizione in senso strumentale. Così come, rischio e tentativo, si devono estendere a ogni racconto che un professionista dello storytelling si assuma la responsabilità di narrare quando per motivi vari si spinge a esplorare attraverso il linguaggio che compete alla sua materia, le estremamente realistiche compagini del margine.

Certo Gadsby è proprio arrabbiata e perciò non sa se continuerà a fare la comica, dice, per il motivo dell’incompatibilità tra rabbia di genere e autoironia. Quando l’ascolto dire così mi viene in mente una storia raccontata in teatro e in un libro da Ascanio Celestini qualche anno fa. La storia è più o meno questa: i poveri diventati sempre più poveri dopo aver venduto ai ricchi la curiosità, l’appetito, la sete alla fine vendettero pure la rabbia e quando finalmente arrivò il giorno della rivoluzione, semplicemente se ne tornarono a casa. C’è da sperare che a Gadsby la rabbia non passi, né che se la venda.


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