Annina tragicomica, Formebrevi

Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922
Pagine: € 11 Euro
Formebrevi Edizioni: formebrevi.it

ORDINI: formebrevi@gmail.com . c.libellula.m@gmail.com
UFFICIO STAMPA 06.98267808/ 333.2045759

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno contrasto spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. Anna, in questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione.

Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: “Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, «molto vicino al bordo», fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra «queste alture brulle» e intanto pensa «dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione». Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: «Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.» e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante”. Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

 


La copertina

La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora,  oltre alla pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl


Critica e recensioni 

Maria Curci, Poetarum Siva, settembre 2017 dalla prefazione della curatrice dell’opera 

Ha un nome al diminutivo seguito da un aggettivo composto la ricerca di Viviana Scarinci che dà voce allo scarto, al residuo, alla gratuità contrapposta all’immediatamente utilizzabile, catalogabile, smerciabile: Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, che popola le nostre teste al solo pronunciare il nome (Anna Frank, Anna Magnani, Anna dei miracoli, Annie Vivanti; ma, innanzi a tutte, Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera, collocava un luogo di culto). Anninamette, in piena consapevolezza e quasi con fiera sfida, la maschera del teatrale per giungere a noi e manifestarsi, appunto, con la grazia sublime e la verità misconosciuta che Kleist attribuiva alla marionetta.
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco, dall’altro si inserisce in una linea di ricerca che la vede accanto a Eva Strittmatter, la quale già nel 1983 aveva intitolato, in maniera divertita e provocatoria, una sua raccolta di testi Poesie und andere Nebendinge, vale a dire “Poesia e altre cose secondarie”, nonché accanto a Felicitas Hoppe, nei cui romanzi Pigafetta e Johanna l’io narrante indaga in «stanze secondarie».
L’aggettivo “secondario” è associato alle dinamiche – «L’investigazione sulle dinamiche secondarie di un dispositivo rende tutti un po’ nervosi» – così come al nesso – «Il viso ha l’impotenza di quel nesso secondario.» – e svela, a chi non si vuole accontentare delle dicerie volte a reprimere e a sedare, che queste, le dicerie, sono fuorvianti. Quello che Bambole e bambine (questo il titolo della prima parte) sanno, scandalo mascherato, addomesticato, mutilato, nascosto, è «La condizione umana è un campo e l’Apocalisse ha una donatrice o un donatore che provvede ogni volta alla copertura di quel fenomeno definitivo», come recita la trentacinquesima, finale considerazione della prima parte. «Es war Mord»: è stato un assassinio: l’affermazione che chiude il cerchio nel romanzo Malina di Ingeborg Bachmann non è scritta qui a chiare lettere, ma a leggere, più che tra le righe, all’interno dei segni sparsi ad arte, declinati in fogge diverse e intessuti di indizi raccolti con pazienza da più fonti, con citazioni stringenti al banco dei testimoni (Franco Loi, Giuliano Mesa, Georges Bataille, Adrienne Rich, Marziale) questo è ciò che si coglie.
Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, «molto vicino al bordo», fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra «queste alture brulle» e intanto pensa «dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione». Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: «Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.» e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante. Qualcuno, invece, si sente chiamato a fare i conti con quel «dato inesatto, spesso illeggibile». Qualcuno lo fa senza scrivere, Viviana Scarinci prova a fare i conti con quel dato (lo scarto, il residuo, il reperto), scrivendo. E riesce a darne conto con la sua ricerca.

Luglio 2017, una recensione di Marco Furia su La recherche

“Annina tragicomica”, di Viviana Scarinci, è una raccolta di prose poetiche che si rivolge al lettore per via di brevi, specifiche, sequenze dall’intensa allusività.

La dimensione umana viene considerata nella sua immanenza evocativa e ogni immagine, ogni pronuncia, perfino ogni parola, sembra occupare uno spazio che è proprio quello eppure potrebbe essere qualsiasi altro.

Merito di una risolutezza compositiva che, di fronte a un’immensa indeterminazione, s’impegna a descrivere la vita di ciascuno e di tutti facendo emergere molteplici dettagli.

Il lettore non è coinvolto, è già lì.

Il nostro esistere si svolge secondo coordinate spazio-temporali e secondo sentimenti, emozioni, sensazioni: nel caso in esame, gli aspetti esterni e interni sembrano (non confondersi ma) fondersi.

Si legge a pagina 46:

 

Dicono che la città ha un doppio e perciò è abitata da coppie

di sosia in lite e in pace tra loro, che stanno un po’ di qua, un

po’ di là, a seconda. Tuttavia il discrimine logistico non è la li-

tigiosità degli omologhi per somiglianza, né il conflitto tra linee

guida e mozioni di tendenza interiore”.

 

Come si vede, da un’immagine iniziale di gusto surrealista, si passa, con immediatezza, a una riflessione articolata, la cui efficace valenza narrativa è in grado, senza esitare, di porre l’accento su certe circostanze.

Simile vedere-prendere atto promuove un discorso tendenzialmente infinito in cui il lettore può riconoscersi.

D’altronde

 

“Con tutto quell’ammontare limitrofo, l’unica azione possibile

era non. Alcuni, però, erano stati condotti fin lì da amenità ge-

neriche, nel senso che la loro compunzione si riduceva spesso

a quella mancanza di vivacità di quando ci si vuole  dimostrare

all’altezza. In questo avvilimento di realtà, quasi tutti sembra-

vano la stessa persona”

 

e

 

“ [ …] Naturalmente la numerazione era in con-

tinua perdita e, allo scadere repentino dei totali, le parole, non

c’era verso che obbedissero alla consegna”.

 

Insomma, la nostra esistenza incontra limiti non definitivi  ma variabili, modificabili.

Viviana non manca di parlare del poeta:

 

“Tra tutta quella gente, il poeta evitava parole già dette e cose

morte avendone paura soprattutto se accompagnate da altre

socievolezze”.

 

Certo, il dire del poeta è originale, inedito: le sue parole, anche se tratte dal comune dizionario, vivono in maniera straordinariamente espressiva e, nello specifico della raccolta in argomento, secondo pronunce molto intense nel loro alludere a un’integrità narrabile soltanto nei suoi particolari.

Se l’intero, sostiene qualcuno, non è mera somma delle sue parti, in queste ultime, proprio perché tali, non può non avvertirsi l’aroma di un tutto che talvolta, come dimostra “Annina tragicomica”, riesce a farsi feconda, poetica evocazione.

Giugno 2017, una nota di Giacomo Cerrai su Imperfetta Elisse

Mi pareva di conoscere il lavoro di Viviana Scarinci, di avere qualche chiave per penetrare la sua scrittura. Un lavoro che complessivamente apprezzo, come apprezzo le qualità intellettuali di Viviana. In altre occasioni avevo scritto alcune note su di lei e le sue cose, in particolare su Piccole estensioni, con cui aveva vinto il Montano e su un altro lavoro dal bel titolo L’amore è una bestia cronica, fatto in collaborazione con il pittore Sergio Padovani. Avevo inoltre letto, anche senza poi scriverne, La favola di Lilith, una pièce breve in due atti in collaborazione con Edo Notarloberti (Ark Records, 2014, con CD), un lavoro ambizioso e interessante, in cui viene messa in scena, come simbolo protofemminista della donna che guarda al cielo, aspira a congiungersi con Dio e non vuole sottomettersi all’uomo, colei che secondo la tradizione cabalistica fu la prima moglie di Adamo, ma anche, sempre per tradizione, portatrice di elementi demoniaci. Avevo anche avuto modo di leggere qualche estratto di Il significato secondo del bianco, da qualche parte in rete.

Insomma, mi pareva di avere qualche strumento più o meno adatto all’uopo, pur nella consapevolezza che quella di Viviana non è una scrittura facile, che nel tempo è andata connotandosi, mi pare, per una ricerca soprattutto sul linguaggio e sulle sue pieghe. Ma devo dire che questo Annina tragicomica mi crea qualche difficoltà di “ingresso”. Che la prefazione di Anna Maria Curci non contribuisce a risolvere del tutto, dato che dopo averla letta mi rimane l’impressione che pur abilmente abbia affrontato il lavoro come un kubrickiano monolite.

Diciamo intanto che non si tratta di un livre de chevet, da leggere distrattamente. Ha bisogno dei suoi tempi e di riletture organizzate. Ma provando e riprovando, come gli accademici del Cimento, alcune cose mi pare siano emerse. La prima riguarda indubitabilmente il tema di fondo, quello che potremmo chiamare il basso continuo o il canone ricorrente. Il libro intanto non è una raccolta, termine che sarebbe fuorviante. Rientra immediatamente in quella forma lunga che in questi ultimi anni sembra essersi riproposta, che sta tra il poemetto strutturato e la legatura (usiamo un altro termine musicale) di brani che per semplicità diciamo di prosa poetica o prosa in prosa. Lo dico per intenderci, prendendo comunque atto di quanto scrive Viviana in una nota finale, rifiutando qualsiasi capziosa catalogazione in questo senso (e mi pare che sia pacifico – anche – che ogni autore non ami essere catalogato), quando afferma che “mi è capitato di ritrattare la parola verso anche dal suo etimo, in favore di una scrittura senza quell’argine, cercando qualcosa che si adattasse meglio alle complessità in perenne transito (…), senza sconfinare nella prosa”. Qui ci sarebbero da dire un paio di cose, ma ne parliamo più avanti. Sono due le sezioni del libro, ben intravate all’interno di ciascuna e tra di loro, Bambole e bambine e Annina tragicomica, titolo eponimo. entrambe di trentacinque testi. I titoli, qui, danno i protagonisti, gli attori, e i temi. L’idea e il pensiero di Viviana, diciamo la missione, continuano, come nei lavori precedenti ma a diversa profondità, l’indagine non tanto sulla condizione – che è termine sociologico – quanto sulla costituzione in essere della donna, del suo divenire ed essere – nel corso della storia e contemporaneamente – natura generante e catalizzatrice di colpe, educatrice ed educanda, forza ctonia e elemento celeste, figurante generica e protagonista, e così via ma sempre nell’ambito di una percezione, certo tutta maschile, per così dire verticale, che la guarda o in alto o in basso, a seconda. Ma soprattutto, io credo, la sua capacità (e la capacità dell’autrice) di interpretare e leggere lo spazio siderale che sta (citando il Mesa presente in un esergo) tra “lo spreco di minuzie” e “il senso degli atti”, mediante (cito Curci) “altre modalità di accesso alla conoscenza”. E un’indagine che, aggiungerei, si sposta da un ambito più o meno privato ad un altro più universale. E’ un’interpretazione possibile? Forse. Che lo sguardo sia femminile, e non solo per questioni autoriali, non c’è dubbio. Le bambole e le bambine, Annina e le sue derivazioni (Annie, Anna, Annetta, eteronimi, alter ego bifronti…) sono lì a dimostrarlo per indizi. Minuzie, frammenti, frammenti di frammenti. Che da questo si possa risalire al senso, ricostruirlo, è l’ambizione e il miraggio di parte della poesia italiana contemporanea. Che a volte ci si avvicina abbastanza. E’ questa può darsi la (una delle) “modalità di accesso alla conoscenza” di Curci. E indizi, dunque, che sta al lettore reperire. Indizi che non è facile estrapolare se non trascrivendo interi testi, perché intimamente intrisi come elementi chimici nella fibra testuale, nella poesia (o prosa) stessa. Sono i testi medesimi che si prestano ad una lettura polifunzionale, per così dire, che offrono la possibilità al lettore (l’ “apertura” del testo) di sovrapporre un dato ideale o l’altro, una fiction o l’altra, una immaginazione o l’altra, senza che tuttavia gli sia possibile dirottare, nell’insieme, dalla visione che è di bambine, bambole, Anne, Annette, e ovviamente dell’autrice (la corrispondente “chiusura”). Che qui elabora la riflessione costante e evidente che certo ha animato Viviana come donna anche al di fuori di un ambito “finzionale”. Vedere, come piccolo esempio abbastanza superficiale, il brano 20 qui riportato, che agisce per lo meno su un doppio binario, uno puramente narrativo, l’altro culturale e metaforico, senza contare tutte le evocazioni della parola/target “malaffare”. Penso che questa lettura polifunzionale sia dovuta a un certo grado di neutralità della lingua adottata, parlo di neutralità emotiva che non “pilota” necessariamente verso direzioni specifiche, parlo anche della selezione semantica, della voluta ambiguità di un tono talvolta verbalizzante, delle tecniche di disallineamento sintattico o di diacronia, come ad esempio la sospensione delle clausole (chiusure) in certe catene sintattiche, che tende a rivoluzionare l’aspettativa ordinaria di chi legge, e così via. Un effetto anche molto affascinante, come l’osservazione di un frammentato ma continuo pensiero dominante.

Ci sarebbero di sicuro altre osservazioni da fare. Ma lascio in fondo alcune considerazioni extra corpus, di carattere generale. Mi pare di percepire in questo lavoro una certa progressiva distanza rispetto a quelli precedenti, che non è tematica né concettuale. Distanza che è data, pare a me come lettore abbastanza empirico, soprattutto dal lavoro sulla lingua, come ho accennato prima, sul livello comunicativo che questo libro realizza. E’ un discorso di una certa importanza, non solo in relazione all’opera in sé ma anche all’idea di poesia in genere. Su quanto cioè il linguaggio influisca sull’oggetto della poesia, sul suo tema, mutandolo; se la poesia debba essere un’arte mimetizzante, piuttosto che mimetica; e così via (ma sono solo piccole parti della questione). E soprattutto se la ricerca poetica, come pare sia, debba essere quasi esclusivamente sul linguaggio, nella convinzione che da esso le cose si incarnino, che dalla sua torsione, condensazione, astrazione le cose poi emergano. Se così fosse mi pare ovvio che l’oggetto in sé diverrebbe secondario rispetto al modus. Tanto per fare un esempio ancora banale, quello che Lilith portava in sé era un diverso livello di fruibilità e rappresentazione, intendo proprio dal lato lettore.

Naturalmente Viviana è artista troppo intelligente per fare del linguaggio un mero totem. Per cui la distanza (una delle distanze) è semmai nel grado di evidenza del contenuto che la sua scrittura trasporta, basti pensare a categorie forti come il “tragico” e il “comico”, qui parecchio dissimulate; o nel grado di allusione delle tematiche o meglio, nel lavoro metaforico ma soprattutto metonimico (usiamo in senso ampio questo termine) di scambio e sostituzione, e non necessariamente per contiguità e nemmeno reciprocità, tra “oggetti” e lingua e anche tra segmenti di entrambi. Un’idea, se questa mia impressione è esatta, già di per sé intrigante ma di estremo impegno.

Siamo insomma testimoni di un percorso abbastanza evidente, di cui Viviana ha perfetta consapevolezza e padronanza, dagli esiti ancora aperti. E questo percorso, ripeto, ha un valore e un fascino. Ma anche io credo (e ora più che mai parlo in termini generali, e forse anche per me stesso) un limite per così dire “fisico” della scrittura (almeno quella lineare e semica). Come la conduttività del silicio, la cui riduzione pone una barriera oltre la quale è difficile andare. (g. cerrai)

 

 

 

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