Le piccole persone e il sangue animale

Appunti per un improbabile libro su Anna Maria Ortese

annamaria-orteseNel mese di aprile dell’anno scorso è stato pubblicato da Adelphi Le piccole persone di Anna Maria Ortese, un libro importantissimo che serve a mettere in luce un aspetto poco frequentato, ma ormai ineludibile, del pensiero di una maestra italiana di quel genere di ambigua definizione che è la favola. Scrive la curatrice del libro Angela Borghesi «Il volume raccoglie alcuni interventi giornalistici pubblicati e mai raccolti, e una scelta di testi inediti o dispersi tra i molti conservati nell’archivio napoletano. Gli scritti convergono su istanze naturalistiche o di militanza animalista, e fanno emergere un aspetto meno noto del carattere e dell’attività della scrittrice, il suo misconosciuto impegno sul fronte ecologico-ambientale, ben più ampio e ossessivo di quanto non appaia scorrendone la bibliografia o le opere. L’interesse per questi temi ha origini lontane, negli scritti d’esordio degli anni quaranta; ma raggiungono l’acme tra gli anni settanta e ottanta quando il destino delle «Piccole Persone» diviene per lei un interesse prioritario e pressoché esclusivo.»

In molti dei testi raccolti in Piccole persone riecheggia tutta l’opera di Ortese i cui protagonisti sono animali: il cardillo (1993), il puma (1996) ma soprattutto l’iguana (1965) sono esseri posti in ambientazioni narrative di tipo fiabesco che hanno la funzione di far comprendere quella verità morale che in Ortese si arresta programmaticamente di fronte al silenzio di certi linguaggi estranei al parlato. Cioè quel linguaggio tutt’altro inventato da Ortese per i suoi animali fiabeschi che ora anche grazie alla pubblicazione di Piccole persone, ci appare una pietra miliare della letteratura italiana (per non dire tombale). Tuttavia una pietra ancora contraddittoriamente vivissima a fronte di quella sfinente muraglia di opinioni già approvate, accettate, riconosciute, forse onorate dai più, da cui Ortese si sentiva a torto o a ragione osteggiata nell’ambito dei suoi possibili interventi pubblici:

«Scrivere, pubblicare, soprattutto scrivere un articolo, intervenire su qualche argomento, mi sembra cosa non più mia, difficilissima. È che dietro ogni argomento si alza sempre, invisibile, e quando cominci a pensarlo ancora muta, non so che contestazione, che minaccia. Dietro ogni tuo possibile intervento – e timido interrogativo – senti già pronta, all’erta, una muraglia di opinioni già approvate, accettate, riconosciute… starei per dire onorate. Sono cosa implacabile… non ti permettono di alzare un filo di voce. Di lì non si passa. Così, ecco, ogni giorno le vecchie e accorate interrogazioni, penose domande ti si accostano… vorrebbero aver voce, affacciarsi, e la timida ragione sempre risponde: no, non va bene – questo è superfluo, questo non è richiesto… questo può anche irritare e stupire la gente semplice».

Non dimentichiamo che per Anna Maria Ortese una donna che scrive è un animale che parla come troviamo scritto in Corpo Celeste. Nel suo romanzo breve L’Iguana ad esempio Ortese si gioca la confluenza di tutti i piani di questo modo diverso di concepire una fabula femminile, inventando una figura quasi muta come una bambola, lontanamente somigliante a una bambina ma animata da una bestialità così altrimenti evasa rispetto all’ovvio, da confluire in una figura capace di farsi portavoce niente di meno che della Natura.

Estrellita la piccola iguana di cui si innamora il nobile lombardo Daddo, è inquadrata non a caso, nello scenario narrativamente lussureggiante in cui la scrittura di Ortese non conosce pari. La verde iguana non è altro che la rappresentazione di un minuscolo dolore di bestiola che trova l’unica possibilità di espressione, essendo introdotto in un contesto contrario alla propria profondità: quello dell’apparenza.

Quello che la figura di Estrellita è chiamata a incarnare non è la parola liberatrice ma il proprio aspetto, di cui la mutezza è parte integrante. Il senso della fragilità di un apparire intimo a fronte della maestà fagocitante e allettante dei danari lombardi. Questo è il contesto necessario a quella contraddizione che fa della piccola iguana anche il caso narrativo che può strapparla all’indifferenza della sua esistenza irrisoria.
L’intenzione di sontuosità di un’apparenza si riflette nell’abbigliare qualcuno. Daddo appena la incontra, regala alla povera Estrellita, in modo del tutto incongruente, una finissima sciarpa destinata ad altre. Abbigliare con meravigliosi ornamenti: chi si vuole emancipare, chi più o meno incongruamente si desidera, abbigliare la propria bambola, abbigliare se stessi. Creare un set, un’istallazione artificiale degli altri e di sé, come una missiva che abbia un carattere di univocità rispetto a quanto si intende possa essere una rappresentazione credibile, efficace, funzionale, desiderabile e duratura. Farlo fino al punto di crederla, la nostra e la loro rappresentazione, come l’unica vera. Per Ortese è proprio questo, ciò che bandisce dalla realtà condivisa quello che è muto, non si vede o semplicemente non si mostra armato della palese volontà di apparire. Ossia quello che emerge come un terribile risultato fin dal titolo in Piccole persone: la sparizione degli animali dalla sfera dell’umanità.

Estrellita si mostra nel proprio essere disadorna, come una creatura esclusivamente descritta da un aspetto che emerge inevitabilmente al visibile. Estrellita ci informa della sua esistenza non perché Ortese ce la racconti ma perché viene vista da Daddo nonostante l’indifferenza che circonda l’iguana. Daddo che però resta indeciso e spaventato, come tutti, nel ritenere vero o illusorio quello che vede in Estrellita. Umanità? Bestialità? Bene? Male?

In Alonso e i visionari, ultimo romanzo pubblicato da Ortese prima della scomparsa, l’autrice dice per bocca di un personaggio «Chiudo con infinita umiltà questo diario; chi lo riaprirà – quando il Signore della vita disporrà che ciò avvenga – lo riterrà forse una storia per bambini. E è bene anche questo» chi meglio della vita animale può illustrare a bambini e adulti un intero mondo che minaccia di sparire per via dell’incapacità di sguardo che alberga nel deperimento di tutti gli occhi? Il pericolo che corrono gli animali (ma anche la specie impropriamente detta umana) per Ortese è quello di essere inghiottiti dal baratro costituito dalla negazione della differenza che consiste tra il guardare e l’essere visti: se io non mi mostro e tu mi vedi ugualmente, sia tu che io forse esistiamo. Se tu vedi solo ciò che volutamente si mostra, l’universo diventa apparente, ridotto e grottesco come un mondo senza animali o alberi.

Se questo fosse vero, io credo che bisognerebbe fare come prescrive Ortese: che il cucciolo smarrito nella notte lo si chiami sommessamente, se l’acqua gli sarà rinnovata comunque, egli non visto, forse tornerà.

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2 pensieri riguardo “Le piccole persone e il sangue animale

  1. Cara Viviana, mi hai decisamente incuriosita verso questa scrittrice! Mi viene in mente che è ora di iniziare a pensare a che libri regalarmi a Natale. Sì, manca ancora tanto ma per me, lettrice appassionata ma molto lenta, la scelta deve essere ben ponderata. Ma forse questa volta il gioco è già fatto: Anna (io), Anna Maria e Annina! Un Trio che si è formato da solo. Irresistibile, no? 🙂

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