Una nota di Giacomo Cerrai su Annina

Rimango sempre colpita dalla capacità di analisi di Giacomo Cerrai. La poesia si regge su equilibri fragilissimi in cui le intenzioni, sia di chi la scrive che di chi ne scrive, non contano niente. Bisogna cogliere il punto in cui le parole sono organizzate intorno al loro stare in bilico, per poterne scrivere a propria volta in modo utile. Non è facile, non è dovuto, ed è un gran servizio che si fa alla scrittura dell’altro. Per questo mi sento grata e onorata dell’attenzione di Giacomo Cerrai. E penso che abbia ragione, certi limiti (forse) non si  possono sfidare “come la conduttività del silicio, la cui riduzione pone una barriera oltre la quale è difficile andare”.


g “Penso che questa lettura polifunzionale sia dovuta a un certo grado di neutralità della lingua adottata, parlo di neutralità emotiva che non “pilota” necessariamente verso direzioni specifiche, parlo anche della selezione semantica, della voluta ambiguità di un tono talvolta verbalizzante, delle tecniche di disallineamento sintattico o di diacronia, come ad esempio la sospensione delle clausole (chiusure) in certe catene sintattiche, che tende a rivoluzionare l’aspettativa ordinaria di chi legge, e così via. Un effetto anche molto affascinante, come l’osservazione di un frammentato ma continuo pensiero dominante.” http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/902-Viviana-Scarinci-Annina-tragicomica.html

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