Le parole con gli altri dentro

Sul sito del Centro Libellula è ora disponibile lo sfogliabile di Zer0Magazine 2017. Di seguito l’articolo di Paola Del Zoppo coideatrice tematica del progetto. Le vignette sono realizzate per noi da Luigi Cecchi. L’aperiodico Zer0Magazine nasce da una collaborazione tra L’Associazione Culturale Libellula e Formebrevi 


Le parole con gli altri dentro

di Paola Del Zoppo

“Se fin da bambini si mantiene un contatto costante con il racconto e con le storie, con la possibilità che esistano mondi sconosciuti, e che le parole possano creare realtà positive, sarà molto più facile riconoscere le relazioni veritiere o, di contro, le situazioni di violenza come bullismo, sessismo, manipolazioni. Questo perché la letteratura non “alta” o “bassa”, bensì semplicemente autentica nella sua coerenza di forma, contenuto e messaggio.”


La tendenza contemporanea all’accelerazione delle innumerevoli interazioni comunicative favorisce l’attecchimento di linguaggi e convenzioni che portano all’affermazione di realtà fittizie e manipolazioni, e rende sempre più difficile soprattutto ai più fragili e ai giovani attuare modalità di comunicazione assertiva. La comunicazione sul web e sui social network in particolare si presenta priva di profondità, disumanizzante, anche a causa del graduale indebolimento delle facoltà euristiche e inferenziali dei partecipanti. Il potenziamento e la valorizzazione di queste capacità avvengono tramite la consuetudine con la parola creativa e la letteratura. Prendiamo ad esempio la seguente microstoria di Reinhard Lettau, dal titolo Breve visita:

Manig trova la strada. Arriva alla casa. Le finestre sono illuminate, vede la società. Ci sono due uomini nel fascio della luce. Uno parla, poi parla l’altro, poi entrambi parlano contemporaneamente, poi uno ride, poi annuisce, poi scuote la testa e poi tocca all’altro, poi a entrambi, poi uno dopo l’altro, poi uno fa un passo in avanti, poi l’altro indietro, entrambi avanti, entrambi indietro, uno mostra all’altro una mano, l’altro le mostra entrambe, Manig lo sa, meglio tornare indietro, e basta con la società.

Un testo letterario di questo genere presenta una molteplicità di possibili interpretazioni (politica, simbolica, relazionale, storico-culturale, formale) che, al di là della lettura dei significati conduce alla consapevolezza dell’importanza del contesto comunicativo. Il linguaggio semplice svela immediatamente la metafora della vita come rappresentazione ripetitiva di azioni, delle relazioni come istinto a sopraffarsi, della società come “balletto” programmato. Ecco quindi che nel brusco finale il termine “società”, di per sé neutro, assume sfumatura negativa. Lo stesso accade con molti termini in interazioni più rapide.

ImageUn esempio molto chiaro è offerto dalla vignetta 1) in cui la parola “sognatore”, che a sé stante viene generalmente percepita come termine positivo, viene utilizzata, di fatto, come un termine dispregiativo e sminuente. La vignetta 2) mostra come una generale tendenza e giustificazione del giudizio porti a rovesciamenti valoriali anche di incidenza psicologica significativa, con conseguenze sull’autostima e spostamenti del set di valori. Nelle vignette 3) e 4) viene più esplicitamente commentata la dinamica di interazione sui social che spinge a presentare un’immagine di sé non rispondente al vero, e che anzi con il tempo può arrivare a sostituire l’identità percepita, soprattutto in soggetti con fragilità socio-psicologiche, senza una base relazionale adeguata. Anche il livello di percezione dell’insulto è maneggiato dalla sua collocazione sul web, come nel caso della vignetta 3), in cui il “post” rappresentato, in congiunzione con l’immagine/ foto, mette in scena una vera e propria denigrazione delle relazioni autentiche in favore di quelle online.

Il meccanismo di disprezzo, di isolamento e di rovesciamento che è alla base di molte interazioni manipolative nella vita quotidiana si fa virulento e incontrollabile nelle interazioni veloci a distanza (es. chat, whatsapp) e ancor più nell’interazione sui social network (es. Facebook), poiché l’interazione non ha mai il corpo delle relazioni tra persone. Così come nel caso di “sognatore” un termine, un’immagine o persino un’opera d’arte assumono significati diversi e potenzialmente violenti e manipolatori se “postati” su Facebook, spesso svincolati dal loro contesto d’uso o utilizzati per attirare l’attenzione, esaltare una propria presunta condizione di disagio rispetto ad altre, conquistare la fiducia di amici fittizi a scapito, talvolta, di quelli autentici, svilire alcuni conoscenti (anche più vicini nella vita quotidiana) reagendo in maniera indifferente o offensiva ai loro commenti per favorire il plauso di altri.

Tra le pressoché infinite varietà di manipolazione nell’interazione, sono interessanti due sviluppi che coinvolgono la creatività: negli ultimi anni si è visto un numero sempre crescente di comic strips o vignette dedicati a stati ansiogeni o depressivi, solitudine, incapacità relazionale, vittimismo, “rigirate” su Facebook. Se spesso si tratta di vignette non particolarmente interessanti, create ad hoc per servire questo tipo di dinamiche, altre volte sono lavori di ottimo livello, che però perdono il carattere umoristico per essere asservite all’affermazione di sé tramite una falsa autoironia. Per esempio, una vignetta in cui la/il giovane protagonista ironizza sulla propria incapacità relazionale e la propria timidezza, letta in un contesto di una rivista o in un volume non presenta caratteristiche negative in sé, mentre postata su FB si trasforma in uno strumento efficace di comunicazione subdola e di affermazione di sé sugli altri. Si è inoltre potuto notare che nella maggioranza dei casi chi posta vignette che mettono in risalto la sua timidezza o difficoltà a interagire correda la propria pagina Facebook o Instagram anche di foto che lo ritraggono in situazioni che ritiene valorizzanti per la cerchia di suoi “amici” sui social, fatto solo apparentemente in contrasto con l’identità dichiarata tramite la vignetta. Tutto questo incoraggia e rafforza un’idea di una persona che non ha alcun appiglio con la realtà. Con le narrazioni fotografiche del sé si crea una verità alternativa, costituita di testo e immagini (foto, ricordi, dialoghi), che in casi particolari potrà sembrare molto più vera di una realtà narrata, o solo “ricordata”.

Il fenomeno della diffusione delle fotografie sui social, soprattutto su Facebook e Instagram è legato a molteplici derive della commercializzazione dei corpi (tra cui la stereotipata tendenza a raffigurare e raffigurarsi in pose languide o provocanti, nonché al fenomeno del cosplay, che in Italia ha acquisito preoccupanti sfumature di svilimento della corporeità e della libertà soprattutto femminile). Un altro meccanismo di svilimento e utilizzo manipolativo del linguaggio è l’uso degli “hashtag”, che da strumento di richiamo di contenuti sono diventati un vero e proprio “sottotitolo”. Anche qui, un malinteso concetto di ironia fa sì che siano molto frequenti hashtag come #mainagioia, #maiunacosabella, #almenounacosabella, #odiotutti, #nientefiducianelgenereumano, eccetera, atti ad esprimere una generica lamentela sul proprio quotidiano e di nuovo a connotare in maniera egocentrica e vittimista moltissimi post su Facebook o Twitter. Tutti questi meccanismi manipolativi non sono diversi da quelli attuati nella manipolazione relazionale e affettiva (gaslighting, ricatto morale, rovesciamento, svilimento, ecc.), ma l’interazione sui social moltiplica potenzialmente all’infinito la quantità di input negativi, contestualmente confondendo le manifestazioni e le possibilità di reazione alle dinamiche.

Un ritorno alla consuetudine con i libri e la letteratura è oggigiorno quanto mai necessario anche perché utile a scardinare questo tipo di sviluppi. Se fin da bambini si mantiene un contatto costante con il racconto e con le storie, con la possibilità che esistano mondi sconosciuti, e che le parole possano creare realtà positive, sarà molto più facile riconoscere le relazioni veritiere o, di contro, le situazioni di violenza (bullismo, sessismo, manipolazioni). Questo perché la letteratura (non “alta” o “bassa”, bensì semplicemente autentica nella sua coerenza di forma, contenuto e messaggio) non è fatta di termini difficili, ma di semantizzazioni interne e di tensioni alla verticalità, di polisemie e quindi di aperture continue al lettore. La letteratura è una proposta alternativa di realtà che sorprende e spiazza il lettore, rendendolo gradualmente più autonomo, e solo svincolata dalle possibili categorizzazioni e riduzioni può restare quell’irredimibile strumento di resistenza contro un mondo talvolta inumano, proprio perché all’aridità dei fatti contrappone la bellezza, generando vera libertà.


Paola Del Zoppo. PhD in Comparative Literature and Literary Translation, Adjunct Lecturer in German Translation Studies Tuscia University. Researcher for German Translation Studies, Lecturer for German Translation Studies and
German Cultural History Università di Roma LUMSA

NOI
Un’immagine del 20 maggio 2017, giorno della presentazione di Zer0Magazine 2017 nell’ambito della manifestazione Scuola in Piazza.

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2 pensieri riguardo “Le parole con gli altri dentro

  1. Gentile Stefania, forse non ho capito bene la sua perplessità. A me sembra che sia lei che nel suo breve commento non argomentato, abbia usato un meccanismo di rovesciamento, ma davvero mi scriva se ha bisogno di altre delucidazioni. Cerco di spiegarle il filo seguito. La frase afferma “Il fenomeno della diffusione delle fotografie sui social, soprattutto su Facebook e Instagram è legato a molteplici derive della commercializzazione dei corpi (tra cui la stereotipata tendenza a raffigurare e raffigurarsi in pose languide o provocanti, nonché al fenomeno del cosplay, che in Italia ha acquisito preoccupanti sfumature di svilimento della corporeità e della libertà soprattutto femminile).” Il filo logico è dato dall’analisi della massiccia presenza di fotografie sui social che, più o meno consapevolmente, mettono in mostra i corpi, maschili e femminili, in maniera svilente. Questa dinamica si somma in senso “ambiguo” con la pubblicazione di stati vittimisti (da indagine). Da qui, il passo è chiaro. La figura della donna in particolare viene proposta come “mercificata” e sessualmente appetibile secondo i reiterati stereotipi (pose languide o provocanti) e questo si lega anche al fenomeno del cosplay, in cui, imitando o almeno dichiarando di imitare personaggi di fumetti o sim. a loro volta poco vestiti o dagli attributi femminili “falsati” si propongono in pose “. “accattivanti”. Ci siamo ormai abituati alle immagini semi-pornografiche di corpi svestiti e l’iperfemminizzazione dei corpi (seni rappresentati fuori misura, attrattività data da rotondità o parti di corpo scoperte, labbra voluttuose) spesso non permette di distinguere il momento in cui si entra nell’ambito della violenza. Ci siamo anche abituati alla quantità di foto che girano ogni giorno, e spesso ci si confonde su cosa sia una foto “aperta agli altri” e cosa invece una foto narcisista e autoreferenziale. In questi giorni ci sono molti convegni e interventi sul tema, mentre meno spesso si fa caso alle pose (labbra semiaperte, occhi languidi, donne vestite ma in chiari atteggiamenti di “proposta di sé”, il fatto stesso di pubblicare foto per attrarre sguardi). E’ un fenomeno che si è sviluppato in molti decenni, e anche l’abbigliamento femminile e maschile ne sono specchio. C’è molto su questo nella letteratura filosofica e antropologica. Nello specifico sul cosplay ci sono molte ricerche. In alcuni casi si nota la falsità dell’idea per cui questo fenomeno influirebbe positivamente sull’autostima, mentre ovviamente è un modo per portare maschere e inserirsi in dinamiche manipolatorie, ben lontano e molto meno sano, per esempio, del gioco di ruolo. In altri casi le ricerche si concentrano sul rapporto e la differenza tra il cosplay in oriente e occidente. Ci sono anche delle ricerche che mettono in luce un fatto gravissimo: le donne e le ragazze che fanno “le cosplayer”, si servono di alcuni siti di “patrocinatori” per finanziarsi, “vendendo” loro fotografie. Di fatto, usando il corpo e l’immagine di sé come strumento per guadagnare denaro. Un fenomeno più mascherato, ma molto facilmente associabile a quello delle veline. Anche non volendo associare direttamente questo modo alla vendita di sé conoscerà forse i documentari degli ultimi anni sulla deriva di queste dinamiche relativamente alla diffusa violenza di genere e a gravi diffusioni di depressione e stati ansiosi. Spero di aver risposto al suo dubbio, se così non fosse, riscriva pure. Mi dispiace che rilevi un meccanismo di comunicazione errato, come vede la ricerca ha un suo naturale sviluppo anche in questo ambito e spero di poterne scrivere fra pochi giorni. In ogni caso se vuole illustrarmi precisamente in cosa, sarò felice di modificare. Fortunatamente qui non siamo su FB e possiamo scrivere commenti lunghi.

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