Oralità e micronarrazioni

Ascoltando l’audio che Formebrevi ha dedicato alla mia tragicommedia, mi fa una certa impressione che Annina adesso anche parli. Con una voce che non è la mia per giunta. Pensandola dal principio come una bambola, o meglio, una marionetta, come l’ha giustamente intesa Anna Maria Curci nella prefazione del libro, ho spesso e volutamente parlato d’altro riferendomi a lei. Mistificazioni, nomi, azioni che su quell’oggetto inanimato che è Annina sono risultate lo specchio delle azioni altrui, proprio per via della spiccata e egocentrica mancanza di soggettività che per me risulta dal femminile che ho chiamato Annina. Ma adesso, ascoltandola parlare mi accorgo che l’oralità, nelle settanta micronarrazioni illustrate dal libro, è il testimone più attendibile in merito alle omissioni fondamentali su cui poggia ogni microdiscorso scritto in questa tragicommedia. Antoine Volodine, la quota di oralità che esiste in certe scritture, la spiega così: “I narratori sanno che una qualche manipolazione del testo avverrà altrove rispetto al braccio di massima sicurezza, e che mani e menti finiranno per impadronirsene non sempre mosse da impulsi benevoli (… perciò ndr) vengono adottate delle precauzioni, in particolare la crittografia di nomi e azioni nonché uno stratagemma narrativo che consiste nel non raccontare ciò che imporrebbe la logica della finzione, nel chiacchierare in maniera ingannevole, nel parlare molto, al solo scopo di guadagnare tempo, nel parlare d’altro”*. Come non essere d’accordo…

*Antoine Volodine, Il post-esotismo in 10 lezioni, lezione undicesima, p. 44, 66thand2nd, Roma , 2017 trad. Anna D’Elia

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