Lilith, appena un passo prima

cropped-lilithper-sito1“Da un punto di vista strettamente personale posso dire che la poesia di Lilith è quanto della madre la mia infanzia ha proliferato, forse nel pieno di un’omissione alchemica di ruolo, in cui genitrice e generata salvano l’unicità della loro essenza, lungo un iter per nulla manifesto, seguendo l’andatura carsica di un tracciato che appartiene sia alla propria terra che in una certa misura alla storia dell’umanità. Un flusso che attraversa, anche nella poesia più insospettabile, lo stesso luogo che gesta tutte le radici e una sorta di piaga ereditaria che mistifica la sua provenienza e la confonde in un tracciato attuale denso di rimandi e previsioni circa l’immortalità della ferita e l’imminenza della morte del corpo che è stato trafitto. Una separazione che nell’intimo acuisce la percezione di due tempi egualmente vitali e distinti: il tempo presente che brucia il corpo caduco della ferita a il tempo infinitesimo di un verso che spezzi il pane consueto, con un atto di totale alienazione, ne tenti l’oltranza. É in questo senso che ho immaginato la stessa Lilith come una madre, come la madre che non è quella che il cuore del bambino chiede, quella cui la memoria dell’adulto torna. La poesia che ne è venuta l’ho vista allo stesso modo somigliante a quella Lilith, prima madre non generativa anzi condannata all’abominio supremo: l’omicidio del figlio. Una madre antica avvinta al perenne contraddittorio dei suoi istinti policromi. In un ambito così composito poesia e musica sono sembrate provenire da un’ineffabile presenza anteriore, da una sorta di madrinaggio sottaciuto che però le ha detenute a partire dalla stessa radice.


La prima bruci, la seconda trovi.
La terza resiste, studia il buio: non ha
paraggi, cresce nella teca un’appendice
riposta. Una porta si è chiusa un’altra si apre.
Il giardiniere cura solo radici
malate è il suo tempio

per il resto il deserto impera
quest’epoca apparente

 

avrei subito l’ansa come un fatto silente
avrei appreso la laguna come la convergenza
dell’acqua al buio se altri moventi
se altri garanti non mi avessero emulsionata
in una fisica dirimpetta e io non mi fossi perfezionata
nella distanza che mi divide, una dall’altra
innervata che sloga volo e caduta.
Tutti i fatti subiti e orditi dal corpo
mi dicono che rimane sul polpastrello
l’impronta, più che in questa creta plasmata altrove

un estratto dall’apertura de La Favola di Lilith, due atti di edo notarloberti e viviana scarinci, ARK Records, 2014


 Qualche variazione su Lilith

Il calligramma di un vortice

La chiusura del cerchio

Nigredo

Lilith e eva

Il mito di Er